Ancora una volta si era ritrovata col naso all'insù a guardare quel cielo spazzato dal vento primaverile. La piazza era silenziosa come solo la città sa essere: le ruote dei bus sul pavé, i motori delle macchine. Quello era il silenzio di Torino. In facoltà quel giorno c'era una strana frenesia, tutta istintiva. Forse era merito della giornata di sole, forse della gioventù che ogni tanto saltava fuori all'improvviso e si prendeva la giusta scena. Le piaceva quel fermento che i grandi -sì, lei si sentiva ancora piccola- parevano aver dimenticato con i loro sguardi torvi e pieni di fretta. Le piaceva soprattutto quel cielo sgombro d'ogni dubbio, e anche lei avrebbe voluto una folata di vento che le soffiasse nelle orecchie e dentro la testa, a liberarla da tutti quei pensieri ingombranti come nuvoloni, da quel futuro sfocato di pioggia. Sentiva tra i capelli l'aria fresca mischiata con qualche timido sguardo di ragazzi che la incrociavano.
Adesso era sdraiata su una panchina e il mondo girava sopra e sotto di lei. Un orologio grandissimo. Quel cielo poi era così azzurro, ma così azzurro da entrarle fin dentro la pancia e farla sentire leggera. Fece un respiro profondo. Si accoccolò tra i battiti del suo cuore e tutto sparì ad un tratto.
Si svegliò che aveva freddo. La borsa? Era lì. Dentro? Pareva esserci tutto, menomale. Il cielo si era scurito e le luci iniziavano ad accendersi. Si mise la giacca e si avviò alla bicicletta attaccata a un palo non troppo distante. Doveva pensare alla cena di quella sera: sarebbe venuta Giulia e avrebbero parlato tanto, come non facevano da un po'. Chissà che anche lei non fosse estasiata dalla primavera arrivata all'improvviso, e soprattutto chissà se sarebbe stata la stessa Giulia di cinque anni prima. In fondo però anche lei non era convinta di essere sempre la stessa.
La città si sveglia anche al tramonto, per certi versi, pensava pedalando lungo il Po.
Fu arrivata a casa, cercando le chiavi nella borsa, che lo trovò; c'era un biglietto infilato nell'agenda. Un foglio di una qualche altra agenda, due riservatezze abbracciate. Sopra c'era scritto, a matita: "mi piacerebbe, con questo foglietto inaspettato, dipingere un sorriso sul tuo viso che ho scoperto per caso. Buona giornata, sconosciuta addormentata." E proprio sull'uscio, con le chiavi nella toppa e la borsa a penzoloni, quella giornata fu, in un istante, unica e bizzarra.
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giovedì 27 marzo 2014
giovedì 23 gennaio 2014
Lo scrosciare dell'acqua nei tombini si mischiava, nella sua testa, alla musica che usciva dagli auricolari e il mondo sembrava andare a ritmo di quelle note. Pioveva e le strade bagnate sembravano il posto più sicuro: lì sei lercio, niente può farti niente, la gente corre veloce e il sole non sbircia dall'alto.
L'aveva lasciato poche ore prima, eppure già se ne pentiva. Chissà se la pioggia sapeva. Sembra sappia sempre tutto, e arriva al momento opportuno, come un'amica di vecchia data; tuttavia molti, nella città, s'intristiscono con lei: avessero coltivato la terra, la penserebbero diversamente, apprezzerebbero colei la quale accudisce i semi e li cresce, la madre della terra.
Proprio quella madre che era lei, quella madre che non aveva più la forza di raccontarsi bugie senza senso. Aveva lasciato, poco prima, il lavoro, l'ennesimo, che le consumava la vita -una candela scavata troppo in fretta- e la segnava nel corpo quasi fosse argilla nelle mani dello scultore. A casa aveva due figli che avrebbe voluto non aver fatto: gettati nel mondo come da un trapezio senza reti, puoi sperare di aver la testa dura e rialzarti tutto intero, e basta.
Vagava e si sentiva inesistente. Nemmeno la pioggia sapeva ridonarle vita, pioggia malata di un cielo cittadino, ma pur sempre pioggia (e pur sempre vita, sotto quello stesso cielo). Metteva i piedi nelle pozzanghere e quasi sorrideva immaginandosi bambina. Era il sorriso di chi non ha più forza, di chi ci ha provato davvero ma proprio non sa in questa vita che regole ci siano: rassegnazione tra le labbra, il sorriso più triste che il genio creatore potesse inventare.
Il grigio stava facendo i bagagli, lasciava spazio allo scuro della sera, e si spostava sopra altre teste, altre storie. Sembrava lei stesse rincorrendo i propri pensieri, talmente tanti erano da fuggire via dal naso, dalle orecchie... e lei dietro, tornate qua!, aspettate!, ma quelli niente, la trascinavano con loro senza meta.
A volte i marciapiedi finiscono d'improvviso: un attimo ci sono, quello dopo ti stai chiedendo come mai sei sospeso nell'aria. Proprio adesso, un marciapiede, aveva deciso di finire a metà di un passo della donna che, come detto, rincorreva pensieri di una vita scavata: non avrebbe potuto scegliere momento migliore. La caduta fu rovinosa e una pozza d'acqua accentuò la spettacolarità della scena. Lei si ritrovò per terra, i pensieri sparsi tutto intorno e un ginocchio pulsante. Intorno la vita non s'era accorta di nulla e continuava a brulicare. Ella si alzò piano e fece un respiro profondo.
Riordinò i pensieri.
Ora non scappavano più.
Poi lo vide. Sembrava spaesato quanto doveva esserlo lei poco prima e camminava proprio sullo stesso marciapiede: ancora pochi passi e avrebbe fatto lo stesso capitombolo (al marciapiede non sarebbe sembrato vero, due allocchi nel giro di pochi minuti! Già si leccava i baffi). Lei s'avvicinò, cercò di farsi vedere per riportare alla realtà l'ignaro pedone, ma quello niente: pareva in un mondo tutto suo. "Attento..." gli disse allora, ed egli parve svegliarsi d'improvviso. Continuò a camminare mezzo intontito verso quel burrone in miniatura, mise un piede quasi sul bordo quando lei gli fu accanto e, presogli il braccio, concluse: "lo scalino", effettuando insieme a lui un atterraggio morbido. Lo sconosciuto si fermò a fissarla negli occhi con uno sguardo ebete. "Perché l'hai fatto?" le chiese. "Una piccola rivincita sul mondo", rispose. S'accese un sorriso ad accomunare quelle bocche estranee.
Minuscola scintilla a riaccendere la luce che sembrava persa.
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