Informazioni personali
mercoledì 23 marzo 2011
lunedì 14 marzo 2011
fugacità del racconto
Aveva una piccola cicatrice sopra il seno sinistro, una falce di luna. I suoi occhi chiari erano imperscrutabili e fissavano qualcosa, dall'altra parte della stanza. Faceva caldo, ma non ce n'eravamo accorti, perché nell'aria c'era quell'immobilità glaciale che esiste soltanto nei film o nei racconti. Poi abbassò lo sguardo. Io feci lo stesso, a fissarmi le scarpe sporche del fango della palude. Pensai che le avrei imbrattato tutta la casa, e per un attimo sorrisi: sappiamo preoccuparci delle cose più insignificanti quando di fronte abbiamo situazioni difficili. Io non la conoscevo che da qualche ora, e dunque non la conoscevo affatto. Finalmente mi decisi a parlare: "sì, sì..." le dissi, rispondendo alla sua domanda. Poi la guardai, fisso, come un morto dentro gli occhi ed oltre. Lei schiuse le labbra e ruttò.
E beh, ma ti sembra il modo questo? Siamo nel bel mezzo di una situazione piena di suspense della quale nessuno sa niente e tu rutti? Non mi sembra un comportamento consono! Le dissi proprio così. E lei mi rispose che aveva appena fatto pranzo, ma che comunque non era certo colpa sua, bensì dell'autore. Eppure l'autore sono io, e mai avrei voluto che la scena si risolvesse in questo modo! Allo stesso tempo, però, l'autore non ero io, altrimenti mi sarebbe bastato fare uscir dalla sua bocca un bisbiglio o un sussurro. Basta, è deciso, la colpa è mia. Tua? No!, tua!
giovedì 10 marzo 2011
Bruchi di piombo
Alcune persone ci fanno stare male e nemmeno se ne accorgono -anche se spesso siamo noi a pensarlo, per poterle giustificare. Solitamente sono quelle alle quali più teniamo (e che più temiamo), o alle quali ci siamo convinti di essere legati maggiormente. Sarà forse una pura e terribile paura di perdere quell'illusione, a spingerci verso la sindrome di Stoccolma? Perché, e questo mi sembra sacrosanto quanto difficile da ammettere, sotto certi aspetti esse sono quelle delle quali abbiamo più "timore". Ma non è un timore da Sacre Scritture, da Beatitudini o altre allegorie confortanti, è un timore che impregna i tessuti del rapporto di tentennamenti, di frasi lasciate a metà perché non si era guardata la loro data di scadenza: di solitudine. Quella solitudine che, insieme, ci accarezza la nuca gettandoci (e insieme illuminandocene) nella consapevolezza che si è due estranei, caduti sullo stesso pianeta, nello stesso tempo, tra la stessa aria. Un sentore di sfida, quasi; un invito allo sbucciarsi quando in realtà ci si vorrebbe mangiare con tutta la buccia.
giovedì 3 marzo 2011
la società
La società che ci circonda è come un enorme buco nero: risucchia, risucchia e disperde. Oppure catapulta lontano, là, dove si dubita e basta, senza sconti e mezze misure.
Eppure spesso cercare di rimanere a debita distanza, sull'orlo, rischia di diventare un patibolo.
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