lunedì 14 marzo 2011

fugacità del racconto

Aveva una piccola cicatrice sopra il seno sinistro, una falce di luna. I suoi occhi chiari erano imperscrutabili e fissavano qualcosa, dall'altra parte della stanza. Faceva caldo, ma non ce n'eravamo accorti, perché nell'aria c'era quell'immobilità glaciale che esiste soltanto nei film o nei racconti. Poi abbassò lo sguardo. Io feci lo stesso, a fissarmi le scarpe sporche del fango della palude. Pensai che le avrei imbrattato tutta la casa, e per un attimo sorrisi: sappiamo preoccuparci delle cose più insignificanti quando di fronte abbiamo situazioni difficili. Io non la conoscevo che da qualche ora, e dunque non la conoscevo affatto. Finalmente mi decisi a parlare: "sì, sì..." le dissi, rispondendo alla sua domanda. Poi la guardai, fisso, come un morto dentro gli occhi ed oltre. Lei schiuse le labbra e ruttò.
E beh, ma ti sembra il modo questo? Siamo nel bel mezzo di una situazione piena di suspense della quale nessuno sa niente e tu rutti? Non mi sembra un comportamento consono! Le dissi proprio così. E lei mi rispose che aveva appena fatto pranzo, ma che comunque non era certo colpa sua, bensì dell'autore. Eppure l'autore sono io, e mai avrei voluto che la scena si risolvesse in questo modo! Allo stesso tempo, però, l'autore non ero io, altrimenti mi sarebbe bastato fare uscir dalla sua bocca un bisbiglio o un sussurro. Basta, è deciso, la colpa è mia. Tua? No!, tua!

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