Ancora una volta si era ritrovata col naso all'insù a guardare quel cielo spazzato dal vento primaverile. La piazza era silenziosa come solo la città sa essere: le ruote dei bus sul pavé, i motori delle macchine. Quello era il silenzio di Torino. In facoltà quel giorno c'era una strana frenesia, tutta istintiva. Forse era merito della giornata di sole, forse della gioventù che ogni tanto saltava fuori all'improvviso e si prendeva la giusta scena. Le piaceva quel fermento che i grandi -sì, lei si sentiva ancora piccola- parevano aver dimenticato con i loro sguardi torvi e pieni di fretta. Le piaceva soprattutto quel cielo sgombro d'ogni dubbio, e anche lei avrebbe voluto una folata di vento che le soffiasse nelle orecchie e dentro la testa, a liberarla da tutti quei pensieri ingombranti come nuvoloni, da quel futuro sfocato di pioggia. Sentiva tra i capelli l'aria fresca mischiata con qualche timido sguardo di ragazzi che la incrociavano.
Adesso era sdraiata su una panchina e il mondo girava sopra e sotto di lei. Un orologio grandissimo. Quel cielo poi era così azzurro, ma così azzurro da entrarle fin dentro la pancia e farla sentire leggera. Fece un respiro profondo. Si accoccolò tra i battiti del suo cuore e tutto sparì ad un tratto.
Si svegliò che aveva freddo. La borsa? Era lì. Dentro? Pareva esserci tutto, menomale. Il cielo si era scurito e le luci iniziavano ad accendersi. Si mise la giacca e si avviò alla bicicletta attaccata a un palo non troppo distante. Doveva pensare alla cena di quella sera: sarebbe venuta Giulia e avrebbero parlato tanto, come non facevano da un po'. Chissà che anche lei non fosse estasiata dalla primavera arrivata all'improvviso, e soprattutto chissà se sarebbe stata la stessa Giulia di cinque anni prima. In fondo però anche lei non era convinta di essere sempre la stessa.
La città si sveglia anche al tramonto, per certi versi, pensava pedalando lungo il Po.
Fu arrivata a casa, cercando le chiavi nella borsa, che lo trovò; c'era un biglietto infilato nell'agenda. Un foglio di una qualche altra agenda, due riservatezze abbracciate. Sopra c'era scritto, a matita: "mi piacerebbe, con questo foglietto inaspettato, dipingere un sorriso sul tuo viso che ho scoperto per caso. Buona giornata, sconosciuta addormentata." E proprio sull'uscio, con le chiavi nella toppa e la borsa a penzoloni, quella giornata fu, in un istante, unica e bizzarra.
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giovedì 27 marzo 2014
giovedì 23 gennaio 2014
Lo scrosciare dell'acqua nei tombini si mischiava, nella sua testa, alla musica che usciva dagli auricolari e il mondo sembrava andare a ritmo di quelle note. Pioveva e le strade bagnate sembravano il posto più sicuro: lì sei lercio, niente può farti niente, la gente corre veloce e il sole non sbircia dall'alto.
L'aveva lasciato poche ore prima, eppure già se ne pentiva. Chissà se la pioggia sapeva. Sembra sappia sempre tutto, e arriva al momento opportuno, come un'amica di vecchia data; tuttavia molti, nella città, s'intristiscono con lei: avessero coltivato la terra, la penserebbero diversamente, apprezzerebbero colei la quale accudisce i semi e li cresce, la madre della terra.
Proprio quella madre che era lei, quella madre che non aveva più la forza di raccontarsi bugie senza senso. Aveva lasciato, poco prima, il lavoro, l'ennesimo, che le consumava la vita -una candela scavata troppo in fretta- e la segnava nel corpo quasi fosse argilla nelle mani dello scultore. A casa aveva due figli che avrebbe voluto non aver fatto: gettati nel mondo come da un trapezio senza reti, puoi sperare di aver la testa dura e rialzarti tutto intero, e basta.
Vagava e si sentiva inesistente. Nemmeno la pioggia sapeva ridonarle vita, pioggia malata di un cielo cittadino, ma pur sempre pioggia (e pur sempre vita, sotto quello stesso cielo). Metteva i piedi nelle pozzanghere e quasi sorrideva immaginandosi bambina. Era il sorriso di chi non ha più forza, di chi ci ha provato davvero ma proprio non sa in questa vita che regole ci siano: rassegnazione tra le labbra, il sorriso più triste che il genio creatore potesse inventare.
Il grigio stava facendo i bagagli, lasciava spazio allo scuro della sera, e si spostava sopra altre teste, altre storie. Sembrava lei stesse rincorrendo i propri pensieri, talmente tanti erano da fuggire via dal naso, dalle orecchie... e lei dietro, tornate qua!, aspettate!, ma quelli niente, la trascinavano con loro senza meta.
A volte i marciapiedi finiscono d'improvviso: un attimo ci sono, quello dopo ti stai chiedendo come mai sei sospeso nell'aria. Proprio adesso, un marciapiede, aveva deciso di finire a metà di un passo della donna che, come detto, rincorreva pensieri di una vita scavata: non avrebbe potuto scegliere momento migliore. La caduta fu rovinosa e una pozza d'acqua accentuò la spettacolarità della scena. Lei si ritrovò per terra, i pensieri sparsi tutto intorno e un ginocchio pulsante. Intorno la vita non s'era accorta di nulla e continuava a brulicare. Ella si alzò piano e fece un respiro profondo.
Riordinò i pensieri.
Ora non scappavano più.
Poi lo vide. Sembrava spaesato quanto doveva esserlo lei poco prima e camminava proprio sullo stesso marciapiede: ancora pochi passi e avrebbe fatto lo stesso capitombolo (al marciapiede non sarebbe sembrato vero, due allocchi nel giro di pochi minuti! Già si leccava i baffi). Lei s'avvicinò, cercò di farsi vedere per riportare alla realtà l'ignaro pedone, ma quello niente: pareva in un mondo tutto suo. "Attento..." gli disse allora, ed egli parve svegliarsi d'improvviso. Continuò a camminare mezzo intontito verso quel burrone in miniatura, mise un piede quasi sul bordo quando lei gli fu accanto e, presogli il braccio, concluse: "lo scalino", effettuando insieme a lui un atterraggio morbido. Lo sconosciuto si fermò a fissarla negli occhi con uno sguardo ebete. "Perché l'hai fatto?" le chiese. "Una piccola rivincita sul mondo", rispose. S'accese un sorriso ad accomunare quelle bocche estranee.
Minuscola scintilla a riaccendere la luce che sembrava persa.
domenica 8 aprile 2012
venerdì 17 febbraio 2012
Combaciare
Amare qualcuno quando è in difficoltà è dimenticarsi di se stessi, lasciarsi un attimo da qualche parte, su un ripiano, sul davanzale della finestra, non per forza al sicuro, senza meditare.
Entrare piano e condividere corpo e pensieri: respirare con il suo altro respiro, battere con il suo proprio cuore, fin quando due forze non serviranno a farla sorridere.
sabato 19 novembre 2011
Vento
Svelto il tramonto si allunga sul mondo, quasi si stiracchiasse come si fosse appena svegliato. I colori si dimenticano di fare cena, e stanno a guardare; il cielo è il banchetto sul quale festeggia il sole.
La finestra della stanza è aperta, delle leggere tende ammorbidiscono l'aria. Un'altrettanto sottile brezza le scosta, poi le fa tornare al loro posto, in un gioco che sa delle onde sulla battigia.
Seduta sulla sedia di fianco al letto la ragazza saluta con lo sguardo il signor Sole e il calore della giornata estiva. Nella testa inizia il valzer dei ricordi: i giochi con l'acqua, le corse a perdifiato lungo la strada che costeggia la casa, le mani che toccano cortecce e vestiti svolazzanti che affrescano il caldo secco del sud. Piano sorride, la ragazza. Ora un alito di vento si offre di accompagnarla per quel ballo nel territorio più misterioso e dolce che l'uomo può attraversare; ancora pomeriggi lenti, nei quali ella si muoveva con sicurezza tra stradine e signori anziani seduti davanti ai portoni, e poi profumi, profumi, profumi. Gli occhi si sono chiusi, per non lasciar scappare neanche un dettaglio, non un gatto che lesto attraversa la strada, neanche il più piccolo fiore al balcone di una casa. Tutto lì dentro: un mondo, una vita, infinità finita.
Poi, soddisfatte, le palpebre si arrendono al presente: il sole ormai non è più, i colori della sera si appendono al cielo. Si guarda una mano, la ragazza. Conta le rughe.
Perde presto il conto, però, incuriosita di quanto la vita abbia in un soffio scritto sul suo corpo. Una lacrima birichina precipita sulla sua guancia fino a mischiarsi a un inaspettato sorriso, o -forse- a farlo fiorire come gli acquazzoni di giugno. Il passato spesso si intrufola dentro un istante disattento, scombussola il presente, e la ragazza, la donna, la bambina, insieme a tutto ciò che le si nasconde dietro gli occhi, tra il cuore e lo stomaco, guarda il letto dove dorme da sola, scaldata dal ricordo dell'uomo che così tanto ha amato.
mercoledì 31 agosto 2011
Dove vai?
Le dita fremono ad un centimetro dalla corda. Pronte a inondare il silenzio lasciato da un fratel prodigo, suono mai più tornato. Gli occhi del Suonatore si chiudono, anzi guardano dentro per vedere dov'è quella nota, proprio quella che è in grado di scardinare tutte le finestre, entrare nelle case degli altri e regalare un sorriso stupito. Prende fiato il Suonatore e quasi senza accorgersene muove il pollice della mano destra il quale, un po'discolpandosi, un po'curioso, dà un colpo alla corda, che fino ad un istante prima era un serpente addormentato. Fuochi d'artificio. L'aria si comprime, salta, suda: l'aria è ad un concerto, le molecole di parlano ma non si sentono più e per un attimo il Suonatore trattiene il respiro, perché rischierebbe seriamente di ingoiare agglomerati strani di tutti quegli elementi che si toccano, si abbracciano, si mescolano a caso. Come una schiena che si inarca viaggia la nota sulle teste dell'aria. Senza fretta attraversa stanze, porte e finestre e scende per la strada facendo le scale. Chi la incontra cerca di scoprire da dove arriva, e non dove sta andando. Ma dico io, che modo è questo? Le persone per noi importanti che si incontrano per la strada stanno andando da qualche parte o arrivano da chissà dove? La nota smuove capelli, profumi e parrucchini, lasciando la propria scia a chi, come Hansel e Gretel, cerca le sue briciole per giungere all'origine. Ma l'origine è un attimo, un secondo: già non c'è più. Il brivido scorre, corre via di fianco ai cani, dribbla i passanti sul marciapiede che ormai neanche lo degnano di uno sguardo, sporco rumore di strada, porro nel minestrone della nonna. Il Mondo però è generoso, e allarga le braccia per accogliere quella forza pura che sembra sparita ma non ha che appena iniziato il suo viaggio.
Le mani del Suonatore stanno intanto accarezzando corde, impastando sentimenti, e quella prima nota sembra lontana: prima goccia di un forte temporale. Il Suonatore però sa, e la segue con l'orecchio la sua esploratrice, messaggera in posti lontani; si è confusa tra le urla, ha fatto a pugni con un registratore che avrebbe voluto ingoiarla in un sol boccone e, più piccola di un'idea, si va mescolando con la natura -sempre più- fino a riuscire ad entrare nel silenzio. Ci sono severi controlli, si sa, non puoi certo presentarti lì, robusto trombone o agile squittio, ché quelli non ci pensano due volte a mandarti indietro. La piccolissima nota, però, c'era riuscita: laggiù, alla fine del mare, ad entrare nel silenzio.
Ecco dove andava! Ecco che chi glie l'avesse domandato ora avrebbe avuto un motivo sicuro per fermarsi ad ascoltare; ma a quelli non interessava, ed al Suonatore non importava di loro. Quella nota l'aveva suonata per lei, la Suonatrice, ed ora l'avrebbe portata fuori dalle fabbriche di rumore, lontano, in un luogo vergine di strilli e confusione.
A guardarla negli occhi, in silenzio. Dirle che in quel nulla aveva suonato per lei.
martedì 5 luglio 2011
lunedì 20 giugno 2011
Vedi la felicità in chi ami e ti stordisce. vorresti vederla sempre, ma quando è lì di fronte al tuo specchio un po'meno sereno - perché è normale, perché lo è - lo prendi come un affronto, un'ingiustizia nei tuoi confronti. e invece di renderti conto di essere complice di quella felicità più splendida dei mille soli afghani fai di tutto per renderla meno accecante, invece di chiudere gli occhi ed entrare a farne parte per tutti i motivi del mondo.
martedì 7 giugno 2011
Ti sei fatta una figura retorica
Il mondo non è abbastanza per offrire metafore, immagini o profumi che ti abbozzino su una tavola bianca e ruvida e un po'sporca; ed insieme al mondo anche l'infinito sta a guardare, da una parte: in lui esistono ogni possibilità ed ogni paragone e non è parte di questo mondo -stupendo, ma finito. L'infinito non ti appartiene e tu non ne sei parte. O forse, a meglio osservare, son io a non farne parte: in lui troverei infatti ciò che cerco per descriverti o soltanto delinearti. Lì però, in quel gran miscuglio che è sicuramente l'infinito, non avresti nulla di speciale, e ben poco ci vorrebbe ad acchiappare una similitudine per il tuo sorriso, per i tuoi modi di fare, per il tuo odore. Per questo
vorrei trovare un "daqualcheparte" parallelo al nostro, dove poterti pescare sotto forma di qualcos'altro -un fiore che dorme, un fiume che scintilla anche con le nuvole... - per renderti la perfetta metafora della te che conosco qui e per la quale il mondo non ha creato niente di altrettanto bello.
E poter constatare che ti sei fatta, finalmente, una figura retorica.
venerdì 29 aprile 2011
sensazioni.
Ho sete. Ho sonno. Ho fame. Ho male qui. Ho male là. Ho freddo. Ho caldo. Ho tiepido. Ho gli occhi cisposi. Ho il fiato corto. Ho il cuore a mille. Ho un groppo in gola. Ho le lacrime agli occhi. Ho un sapore brutto in bocca. Ho un gusto buonissimo tra le labbra.
Ho te.
a Letizia.
giovedì 21 aprile 2011
Guardandosi (alternativersion)
Le luci della città si perdevano dietro i suoi occhi in scintillii indefiniti mentre barcollava tra i marciapiedi brulicanti di persone. Urtò più di una volta i passanti, e si girò a guardarli con occhi assenti: quelli ricambiavano con giudizi tra i denti. Ogni passo era un terremoto dentro. Camminò fino a quando le gambe non furono diventate che un ricordo, e per un istante si chiese se non le avesse lasciate da qualche parte. Era arrivato lontano, fuori dal labirinto di edifici, suoni e rumori; su una collinetta nell'estrema periferia, che per lui non era mai esistita prima. Guardò il cielo che ricambiò con un'infinità di stelle: sembrava ne spuntassero di nuove ogni istante che passava. Scese con lo sguardo, cercando l'orizzonte coi suoi occhi malati di luci che ancora non si erano del tutto abituati a quell'oscurità, e laggiù, tra il cielo e la terra, scorse una piccolissima luce traballante: ondeggiava, ardeva, quella sigaretta alla fine del mondo. Poi si sollevò un alito di vento dal sapore del passato, di un'esistenza che il ragazzo riconosceva essere stata sua, ma che si perdeva nella miopia del ricordo. Era un odore di quelli che senti tornando a casa, di pranzo già pronto in tavola: un odore che sei e che per questo non sai. La luna lo aiutò. La sua morbida luce aliena, da dietro una nuvola indulgente, spogliò il buio e gli rivelò il segreto di quella sensazione: laggiù, tra il cielo e la terra, non c'era l'orizzonte ma il mare. Fu inaspettato come incontrarsi in un paesino all'altro capo del mondo, e lo lasciò estasiato, senza parole; e anche le onde, ne sono certo, rimasero per un istante sospese -e sorprese. La barca di pescatori all'orizzonte invece pareva non essersi accorta di niente, ma si sa che la gente di mare è gente rispettosa. La vista adesso era tornata sicura, il suo sguardo pieno come i suoi polmoni di quell'aria inebriante. Sentiva lo scrosciare dell'acqua sugli scogli, e abbracciò di nuovo quel panorama con lo sguardo: non era forse da cartolina, non era perfetto in tutto e per tutto, ma era inzuppato di emozioni che gli appartenevano, alle quali apparteneva. Chiuse gli occhi, e aveva un sorriso incredulo tra il mento e il naso, proprio dove dev'essere un sorriso -perché spesso i sorrisi non sono dove dovrebbero. Pensò a lei e ne sentì l'odore mischiarsi con quell'aria salmastra; tanti piccoli dettagli del suo viso si unirono seguendone la traccia come segugi, e si rese conto di quanto spesso si dimenticasse della sua bellezza: troppo spesso la dava per scontata, non la trattava come si dovrebbe trattare una parte di sé. Provò pena per se stesso. Pensò a lei e lei era lì, era in lui. Da quel momento in avanti se ne sarebbe ricordato. Prese il cellulare e le scrisse: "ti lovvo da morire".
mercoledì 20 aprile 2011
Guardandosi
Le luci della città si perdevano dietro i suoi occhi in scintillii indefiniti mentre barcollava tra i marciapiedi brulicanti di persone. Urtò più di una volta i passanti, e si girò a guardarli con occhi assenti: quelli ricambiavano con giudizi tra i denti. Ogni passo era un terremoto dentro. Camminò fino a quando le gambe non furono diventate che un ricordo, e per un istante si chiese se non le avesse lasciate da qualche parte. Era arrivato lontano, fuori dal labirinto di edifici, suoni e rumori; su una collinetta nell'estrema periferia, che per lui non era mai esistita prima. Guardò il cielo che ricambiò con un'infinità di stelle: sembrava ne spuntassero di nuove ogni istante che passava. Scese con lo sguardo, cercando l'orizzonte coi suoi occhi malati di luci che ancora non si erano del tutto abituati a quell'oscurità, e laggiù, tra il cielo e la terra, scorse una piccolissima luce traballante: ondeggiava, ardeva, quella sigaretta alla fine del mondo. Poi si sollevò un alito di vento dal sapore del passato, di un'esistenza che il ragazzo riconosceva essere stata sua, ma che si perdeva nella miopia del ricordo. Era un odore di quelli che senti tornando a casa, di pranzo già pronto in tavola: un odore che sei e che per questo non sai. La luna lo aiutò. La sua morbida luce aliena, da dietro una nuvola indulgente, spogliò il buio e gli rivelò il segreto di quella sensazione: laggiù, tra il cielo e la terra, non c'era l'orizzonte ma il mare. Fu inaspettato come incontrarsi in un paesino all'altro capo del mondo, e lo lasciò estasiato, senza parole; e anche le onde, ne sono certo, rimasero per un istante sospese -e sorprese. La barca di pescatori all'orizzonte invece pareva non essersi accorta di niente, ma si sa che la gente di mare è gente rispettosa. La vista adesso era tornata sicura, il suo sguardo pieno come i suoi polmoni di quell'aria inebriante. Sentiva lo scrosciare dell'acqua sugli scogli, e abbracciò di nuovo quel panorama con lo sguardo: non era forse da cartolina, non era perfetto in tutto e per tutto, ma era inzuppato di emozioni che gli appartenevano, alle quali apparteneva. Chiuse gli occhi, e aveva un sorriso incredulo tra il mento e il naso, proprio dove dev'essere un sorriso -perché spesso i sorrisi non sono dove dovrebbero. Pensò a lei e ne sentì l'odore mischiarsi con quell'aria salmastra; tanti piccoli dettagli del suo viso si unirono seguendone la traccia come segugi, e si rese conto di quanto spesso si dimenticasse della sua bellezza: troppo spesso la dava per scontata, non la trattava come si dovrebbe trattare una parte di sé. Provò pena per se stesso. Pensò a lei e lei era lì, era in lui. Da quel momento in avanti se ne sarebbe ricordato. Prese il cellulare e le scrisse: "sei il mio orizzonte."
mercoledì 23 marzo 2011
lunedì 14 marzo 2011
fugacità del racconto
Aveva una piccola cicatrice sopra il seno sinistro, una falce di luna. I suoi occhi chiari erano imperscrutabili e fissavano qualcosa, dall'altra parte della stanza. Faceva caldo, ma non ce n'eravamo accorti, perché nell'aria c'era quell'immobilità glaciale che esiste soltanto nei film o nei racconti. Poi abbassò lo sguardo. Io feci lo stesso, a fissarmi le scarpe sporche del fango della palude. Pensai che le avrei imbrattato tutta la casa, e per un attimo sorrisi: sappiamo preoccuparci delle cose più insignificanti quando di fronte abbiamo situazioni difficili. Io non la conoscevo che da qualche ora, e dunque non la conoscevo affatto. Finalmente mi decisi a parlare: "sì, sì..." le dissi, rispondendo alla sua domanda. Poi la guardai, fisso, come un morto dentro gli occhi ed oltre. Lei schiuse le labbra e ruttò.
E beh, ma ti sembra il modo questo? Siamo nel bel mezzo di una situazione piena di suspense della quale nessuno sa niente e tu rutti? Non mi sembra un comportamento consono! Le dissi proprio così. E lei mi rispose che aveva appena fatto pranzo, ma che comunque non era certo colpa sua, bensì dell'autore. Eppure l'autore sono io, e mai avrei voluto che la scena si risolvesse in questo modo! Allo stesso tempo, però, l'autore non ero io, altrimenti mi sarebbe bastato fare uscir dalla sua bocca un bisbiglio o un sussurro. Basta, è deciso, la colpa è mia. Tua? No!, tua!
giovedì 10 marzo 2011
Bruchi di piombo
Alcune persone ci fanno stare male e nemmeno se ne accorgono -anche se spesso siamo noi a pensarlo, per poterle giustificare. Solitamente sono quelle alle quali più teniamo (e che più temiamo), o alle quali ci siamo convinti di essere legati maggiormente. Sarà forse una pura e terribile paura di perdere quell'illusione, a spingerci verso la sindrome di Stoccolma? Perché, e questo mi sembra sacrosanto quanto difficile da ammettere, sotto certi aspetti esse sono quelle delle quali abbiamo più "timore". Ma non è un timore da Sacre Scritture, da Beatitudini o altre allegorie confortanti, è un timore che impregna i tessuti del rapporto di tentennamenti, di frasi lasciate a metà perché non si era guardata la loro data di scadenza: di solitudine. Quella solitudine che, insieme, ci accarezza la nuca gettandoci (e insieme illuminandocene) nella consapevolezza che si è due estranei, caduti sullo stesso pianeta, nello stesso tempo, tra la stessa aria. Un sentore di sfida, quasi; un invito allo sbucciarsi quando in realtà ci si vorrebbe mangiare con tutta la buccia.
giovedì 3 marzo 2011
la società
La società che ci circonda è come un enorme buco nero: risucchia, risucchia e disperde. Oppure catapulta lontano, là, dove si dubita e basta, senza sconti e mezze misure.
Eppure spesso cercare di rimanere a debita distanza, sull'orlo, rischia di diventare un patibolo.
mercoledì 23 febbraio 2011
Ph neutro
la vita mi appare spesso come una saponetta bagnata tra le mani: ce l'abbiamo, ce l'abbiamo, ce l'abbiamo, ma non riusciamo ad afferrarla: è sempre lì, sul punto di sfuggirci per terra.
Speriamo solo di non essere sotto la doccia coi calciatori.
mercoledì 16 febbraio 2011
stare
Ho tante di quelle cose da dirti che mi si incastrano tutte qui, in gola, e premono per usicre - io! per prima io! no! io! dai dai! - e soffoco. E sto zitto: finché non siete tutte in fila per due ed in silenzio non usciamo! Zitte, cristo! Silenzio, per un istante; e poi di nuovo vociare, più impertinente di prima. Stanno tutte lì e non te le so dire. Quand'anche ci provo non escono che frasi sconnesse, parole drammaticamente vuote: VUOTE. Perché le parole non si possono scrivere? Perché parlare non è come scrivere? Allora lì sì che ti sfinirei di metafore, immagini e stronzatevarie soltanto per non farti capire che in fondo non capisco. I nostri sguardi nemmeno si sono salutati dopo così tanto tempo. Le nostre mani si sono intrecciate e, con vita propria, non volevano staccarsi; e i nostri nasi. i nostri nasi lottano con l'inverno troppo indulgente, odorano, schiudono parole e si arricciano con l'umidità eppure... eppure ancora fluttuano, ignari, a chilometri di distanza; nessuno sul loro albero maestro si arrampica di vedetta, nessuno osserva l'orizzonte e nessuno che grida "naso!". Peschiamo nello stesso mare, respiriamo la stessa identica aria, eppure ancora non ci siamo incontrati. Tante cose avrei da dirti, da impiegare un libro intero, da parlare fino a quando la nostra Galassia non farà BUM! con Andromeda a fantastiliardi di metri al secondo, da parlare fino a quando non mi si scarichino le batterie, fino alla fine del giorno e all'inizio della notte; e poi di sera, nei silenzi che acquisterebbero il sapore dell'intesa, della complicità criminale nel commettere un furto alle vite degli altri, ma nel sapere di fare la beneficenza più pura insieme e nel salotto di una casa qualsiasi, sotto un ponte di una città addormentata di attività frenetiche: Stare.
martedì 15 febbraio 2011
Subaffitti
Perso nei limiti dell'immaginabile quando potresti sconvolgerti di fronte all'infinito della tua mente. Esci, chiudi a chiave la tua testa e non tornarci fino a quando non avrai incontrato chi vuole dividerla con te: una mente è troppo grossa per una sola persona.
giovedì 10 febbraio 2011
Scriviamo e...?
Scriviamo e non diciamo niente. Cosa rimarrà di questi tempi di frasi messe lì ad asciugare per essere guardate ed apprezzate dagli altri? Sempre più sudditi ignari di queste parole, parole, parole che tutte in fila educate e timide -o anche spavalde, perché no- costruiscono immagini allucinate, o allucinazioni immaginate. Niente di più. Niente di meno. Forse rimarrà soltanto questa inspiegabile incapacità di descriversi, di descriverci ed anche di scriverci. Una grande e disonesta illusione, un'Illuminazione al neon delle periferie, al gusto metallico del sangue che di scorrere proprio non ne vuol sapere. E restiamo freddi a cercare acrobazie con gli aggettivi, a far volteggiare in aria le metafore tra i trapezi dei circhi senza rete di protezione là sotto: e niente diciamo: niente. Eppure lo facciamo con astuzia, impastando di banalità quotidiane il preparato dei nostri scritti per ubriacare il lettore, il quale, incolpevole, li addenta e li degusta, frettoloso, apprezzandoli solamente perché egli non ha mai provato a cucinarne. E anche adesso ci sei cascato, lettore; e nel niente di queste parole sei caduto attirato da quell' ''indefinito'', da un odore acre di acrobazie, dal marciare delle lettere. E non hai letto niente, pur avendo letto tutto.
giovedì 3 febbraio 2011
Elettrostasi.
Due labbra che si sfiorano
ed è una scintilla:
lenta, eterna e fulminea
attraversa il silenzio contratto e lo scioglie di chissà.
Gela il tempo col suo calore
ed insieme lo accartoccia
pronta a riscrivere quella pagina
nell'inganno del ricordo.
domenica 23 gennaio 2011
Piccola riflessione inconcludente
L'esistenza non esiste.
E mi spiego meglio invece di lasciare questo pensiero appeso ad asciugare al balcone di una casa con le serrande chiuse, in inverno, e con nessun fumo che esce dal camino. Tonnellate e tonnellate di studiosi, pensatori e filosofi sono stati catturati come tonni pinne gialle dalla rete di questo problema, e adesso io come una sardina scattante e sperduta nell'oceano dico che l'esistenza non esiste. A breve uno squalo mi mangerà, intera, ma uscirò intatto assieme alle sue feci. Parlando dei sentimenti: esistono? Se sì, dove sono? Perché mi danno del tu? No, no non importa. E', infatti, irrilevante se un sentimento esista o meno. Poiché infatti è il nostro crederla vera o falsa che determina la sua influenza sul nostro piccolo giardino di percezioni che chiamiamo mondo. Posso scrivere se la biro o la matita non esistessero? Ovvio che no, ma perché dovrei scrivere, se non ho modo di farlo? Va da se che un bisogno implica una ricerca della sua soddisfazione; che poi questa riesca o fallisca miseramente è totalmente un altro discorso -andatelo a fare con chi ha già capito tutto della vita. L'esistenza non esiste, dunque: l'esistenza (e soprattutto la ricerca di una sua definizione) è totalmente pretenziosa, saccente ed orgogliosa; siamo così liberi di esistere da voler sapere come mai. E così ci inciampiamo e sbattiamo di faccia contro lo spigolo della nostra ricerca (uno spigolo ideale, nel senso che è perfetto per lo scopo). Ma quindi sto forse dicendo che non siamo altro che bisogni? Beh, certo, qualche pezzo di merda si vede pure in giro... ma no, ma no... e allora cosa sono i bisogni? Dunque essi esistono o meno? E cosa sono le domande? E cosa le risposte? Ma ecco, sono arrivato al punto: essi esistono eppure non esistono. Esistono, come ogni cosa, perché abbiamo criteri precisi per riconoscerli (che siano validi non ci interessa); non esistono, altrettanto come ogni cosa, poiché la loro essenza non ci è rivelata: suggerita in un orecchio, forse, da altri ragionamenti altri uomini altri tempi altre società: suggerita ma non rivelata. E' in questo che sta il cortocircuito (ed in effetti è molto meglio partire tra i primi se si vuol vincere): in questo copiare dal vicino di banco senza essere totalmente sicuri dell'esattezza della risposta. E senza conoscere nemmeno il perché si stia facendo quel compito in classe.
L'esistenza non esiste perché altrimenti ci suggerirebbe le risposte.
mercoledì 19 gennaio 2011
10 gennaio
Me ne stavo seduto sulla spiaggia grigia, fiera dell'inverno
Il culo a mollo nella sabbia: bagnato fresco da quell'esercito;
Pescavo con lo sguardo di là dall'orizzonte,
ma mi ritraevo per timor della risacca
La mia esca si perdeva tra le spume
in fondo, dietro, alle colonne d'Ercole
del mio conoscere.
Pigro un pallido sole influenzato,
ancora una volta tornava a controllare
che nessuno fuggisse dal mondo,
come faro di un campo di prigionia
Poi le nuvole, superbe, lo stordivano con sbuffi negli occhi
Ancora inesorabile come il battito del cuore amato,
il mare diseredato d'attenzioni, pulsa e gorgheggia
senza protestare.
Sicuro, più di me, di mai smettere
di amare.
maratona
Nella maratona beffarda della vita vorrei fermarmi a chiacchierare con tutti i momenti che, mio malgrado, corrono più piano di me. Li supero e soltanto mi è concesso di voltarmi indietro -col rischio, molto spiacevole, di scontrarmi con quelli che ancora mi precedono. Voltarmi, guardarli ancheggiare, chi più aggraziato, chi ad affannarsi in quella corsa della quale sembra non capire il motivo. A qualcuno riesco a strappare la maglietta, e la tengo con me - un pezzettino soltanto, s'intende- per compiacermi di quel sorpasso così ben eseguito, magari.
Nella maratona beffarda della vita, sono stato costruito per vincere una gara impossibile; destinato comunque a non potermi voltare per guardare in faccia la Signora Oscura. Avrei bisogno di qualcuno da tenere per mano, nella maratona della vita; qualcuno che insieme a me corra, che insieme si volti, che insieme si fermi al punto ristoro. Anche, però, che possa lasciarmi la mano -avida lei vorrebbe trattenerlo- e da solo andare, da solo voltarsi da solo tornare ad accompagnarci. Qualcuno per fare stretching, con cui fermarsi a mangiare dove si fermano i camionisti. Qualcuno con cui ridere, con qui piangere; con cui riangere, con cui pidere; una stretta leggera e ferma dovrebbe legarci, pronta a sciogliersi per passare ai due lati di un lampione: pronta a saldarsi quando dovessero cercare di distruggerla. Una stretta che sia l'ultima sensazione di questa beffarda maratona che è la vita.
martedì 11 gennaio 2011
Cammino
Il camminare diventa marciare;
casto, silenzioso per le straducole vergini di rumori
e scrigno di un'eco lontana.
casto, silenzioso per le straducole vergini di rumori
e scrigno di un'eco lontana.
Il cammiare diventa scivolare;
lentamente ma con determinazione omicida
scoprendo inattese voci ancora deste
filtrare tra i muri pettegoli
Il camminare diventa andare;
lasciare un'emozione per trovarne un'altra,
scolpita nella sabbia di una spiaggia ventosa
o attaccata ai rovi di una pianta velenosa.
Il camminare diviene, infine, perdere,
con i pensieri di una notte che mai più ti raggiungerà,
con tutte le sensazioni che in testa sgomitano,
la forza per un addio.
lentamente ma con determinazione omicida
scoprendo inattese voci ancora deste
filtrare tra i muri pettegoli
Il camminare diventa andare;
lasciare un'emozione per trovarne un'altra,
scolpita nella sabbia di una spiaggia ventosa
o attaccata ai rovi di una pianta velenosa.
Il camminare diviene, infine, perdere,
con i pensieri di una notte che mai più ti raggiungerà,
con tutte le sensazioni che in testa sgomitano,
la forza per un addio.
giovedì 6 gennaio 2011
gIRGENTI
I condoni edilizi. le macchine. le macchine. le macchine. le macchine. dilatazioni spazio temporali a pranzo e a cena. le idee non sono chiare perché quest'anno va di moda il nero. è da dieci anni che va di moda non andare di moda. allora io non posso che voler non andare di moda, sembrare irraggiungibile bellissimo eterno ma quello che mi riesce è soltanto una pagliacciata: mi prendo in giro da solo e mi rubo le merendine. Sicilia.
tu però -ogni volta ti vedo e non ti vedo- sei oltre. in là, dopo tutto. dopotutto dopo tutto, non dopo tutto; o meglio, sì, ma dopotutto, effettivamente. leggera e inaffidabile come una nuvola. spumosa -o no- come una nuvola dentro il mare sotto il mare sopra il mare. this is the end beautiful friend this is the end my only friend the end.
martedì 28 dicembre 2010
Gaudì
mi piacerebbe cambiare essere un altro diverso; non è un lamento, non è insoddisfazione: non del tutto. Mi piaccio come sono, mi sto anche abbastanza simpatico, più di molte altre persone. Non sono nemmeno troppo pieno di me. no, vorrei cambiare per vedere come sarebbe il mondo, per vedere come saresti tu agli occhi di un altro. Per vedere i tuoi difetti, per accentuare le tue debolezze, per essere cinico, per essere obiettivo, per criticarti senza ritegno. Continuerò invece a sbattere i mignoli in me stesso, e tu mi sarai per sempre aliena. Non ti so archiviare come caso chiuso, non riesco a essere soddisfatto del parere che ho di te, sempre aggiungerei qualchetasselloqualchelineaqualchepuntino all'opera d'arte della tua esistenza: sei la mia Sagrada Familia.
sabato 25 dicembre 2010
Buon Natale.
I colori per addobbare l'albero di natale del Natale li hanno finiti per ridipingere i muri imbrattati dei sottopassaggi, che adesso sono di nuovo lerci di amore. Scivola sugli specchi delle vetrine sui quali si vorrebbe arrampicare, ci sorride mestamente, ci fa forse anche un po'di pena: ormai l'unico sentimento che sappiamo provare. Presto lo stracceremo nel cestino della carta (perché differenziare è politicamente corretto) e ce ne dimenticheremo come un torto subito dall'amata. Per tre o quattro giorni ci stampiamo adesivi a trentadue denti da appiccicarci sul cuore, disponibilità ai limiti della prostituzione festiva verso tutti, simpatia comprata al Lidl nella settimana degli sconti...Il tutto per nascondere quel sottile strato di mandorla che fa la malinconia: quella che ci ricopre come coi panettoni, quando sanno che resteranno nelle credenze per essere mangiati a colazione fino a maggio inoltrato...quella malinconia che sempre accompagna i momenti più buoni, come i canditi e l'uvetta tra il soffice impasto. la malinconia del mare a fine settembre.
tanti auguri.
mercoledì 8 dicembre 2010
martedì 7 dicembre 2010
il freddo si fa liquido soltanto per lasciarsi bere meglio e entrare in circolo come le canzoni che ascolti a ripetizione per il terrore di restare in silenzio: si mischiano e bevi canzoni fredde, ascolti il gelo artico che è comodo definire inconsueto anche se si è in inverno. così si sentiranno abbandonati e elemosineranno affetti poco raccomandabili.
venerdì 26 novembre 2010
No alarms and no surprises
alle volte non basta neppure dipingere gli istanti per riuscire a imprigionarli e analizzarli e sputarci sopra o coccolarli. un'inquietudine leggera comincia a crescere piano -dentro. man mano che provi a spiegarla si dimostra la sua stessa causa. e cresce. cresce. perché ti vede solo, indifeso -perché non sai da cosa difenderti- e infreddolito dal gelo dei rapporti abituali. ma basta dirsi che è tutto normale e tutto andrà bene. nessun allarme e nessuna sorpresa, per favore. e allora passi il tempo accarezzandolo, cercando di tenerlo buono buono ai tuoi piedi; ma quello che tu pensi essere il tempo non è che nulla: allucinazione, forse. comprendi cos'è davvero quando oramai l'hai attraversato, l'hai utilizzato -sprecato, la maggior parte delle volte.
e in fondo lo hai inventato, intuito, anelato solamente per poterti inserire in qualche sicurezza. sempre sicurezza. sempre sempre sicurezza. così come l'abitudine. così come il quotidiano, i riti, le certezze. piccole sudicie grandi splendenti certezze di ogni giorno. bambagia sulla quale adagiarsi, con la quale struccarsi del mascara della novità, che rimane soltanto nelle foto sbiadite della festa della tua giornata. e poi coi tuoi nipotini -che non avrai- a guardare le diapositive-che non esistono più- come quando eri piccolo, sul muro di fianco a un caminetto. anzi, il caminetto dentro di te. bruci di rimpianto per esserti lavato via quelle novità di ogni giorno, immonda immondizia che affolla le strade delle tue giornate. bruci di rimpianto, dentro, fin dietro gli occhi. e i tuoi nipotini non lo sanno, e in fondo nemmeno tu, cosa ti sei perso. sicuramente un trucco in più sul tuo viso oramai increspato dal vento dell'età.
lunedì 22 novembre 2010
The great gig in the sky
cosa siamo se non cacciatori di ricordi?Scatti da aggiungere all'album da sfogliare con la nostra vecchiaia. Cos'è che ci spinge a vivere se non il poter sapere, in qualsiasi momento, con qualunque persona, di averlo fatto? E non venirmi a raccontare stronzate sul vivere ogni momento, sull'apprezzare le cose volta per volta, sul cogliere l'attimo...ti credo, certo; sono d'accordo, anche. ma il verbo vivere non affoga lì dentro e basta. tende la bocca fuori dal pelo di quello stagno gelido, tende le labbra verso il respiro e dipinge sulle pareti del presente il passato del futuro
giovedì 18 novembre 2010
lunedì 15 novembre 2010
giovedì 11 novembre 2010
alberi in chemioterapia
alberi in chemioterapia lungo le strade. foglie al forno ai loro piedi; scalpiccii. un bambino guarda il cielo dietro la finestra: a giocare al parco ormai non ci va più. nemmeno troppo stupito che sia lo stesso mondo dove potevi camminare a braccia nude, a gambe scoperte, a faccia sorridente. ora nessuno più per strada sorride. tutti seguono loro stessi verso una meta; e la tua non corrisponde a quella di qualcun'altro.
domenica 7 novembre 2010
Novembre
Novembre sei un gatto ciccione che ronfa sul tappeto. se ti sfioro mi guardi stizzito e mostri i denti; ma in fondo sei un tenerone e ti piace che ti stuzzichi. come se volessi sapere qualcosa da me, ma non sono io che dovrei sapere qualcosa da te? no, tu ronfi. e tra un po'schiatterai per tutti croccantini che ti ho dato. e onestamente non ti rimpiangerò.
mercoledì 3 novembre 2010
amoZZAreLLA
più amore del dimenticarsi una mozzarella nel frigo e mangiarla perché non scada e non la si debba buttare
lunedì 1 novembre 2010
pioggia
il rumore della pioggia è il silenzio dell'attesa. quando piove le auto si salutano freneticamente coi tergicristalli. non si vedevano da troppo tempo ma importa poco, perché già si dicono addio. scrosciano in fiumi che fuoriescono dalle case: spugne inzuppate e sovraffollate da persone che sono bagnoschiuma. le finestre del mondo si appannano di vapore grigio, simbolo dell'indefinito, che ostenta supremazia sui contrasti netti. tutto sfuma; matita temperata dal tempo.
lunedì 18 ottobre 2010
venerdì 15 ottobre 2010
Jimmy
Ieri, dopo 70 giorni sottoterra, i 33 minatori cileni sono stati portati in salvo. Tra di loro c'era anche Jimmy Sànchez, 19 anni. Ho immaginato un suo racconto di questa avventura incredibile, finita inghiottita dalla miniera mediatica, così come i 33 lo sono stati dalla loro. Sperando che non diventino carne da macello per le televisioni di mezzo mondo.
Ci avevano detto che ci sarebbero voluti quattro mesi, per tirarci fuori di lì; ma per noi importava poco: il tempo misurato era un ricordo sbiadito, esisteva soltanto l'attesa. Spossante più della rassegnazione alla quale avremmo potuto cedere. Nemmeno immaginavamo cosa stesse succedendo lassù, sulle nostre teste. Una volta ero disteso per riposarmi da quel far niente e ho come sentito un sussurro nelle orecchie: era dolce, quasi profumato, e mi solleticava. Appena lo udii feci uno scatto -ero nervoso- e mi ridestai; poi, mentre il battito del mio cuore rallentava il suo ritmo di produzione, chiusi di nuovo gli occhi e ascoltai. Non ricordo esattamente le parole che mi cullavano, ricordo soltanto la consapevolezza che edificarono nel mio cuore: una certezza più massiccia del granito, più sicura della galleria nella quale ero intrappolato: quelle erano le preghiere della gente, la loro solidarietà sospirata nella sicurezza delle loro case: il segno indelebile che altri cuori battevano insieme al mio e producevano, come una fabbrica, 66 ali robuste che ci avrebbero strappati al pianto di morte. Le ali della fenice, le ali di Fenix.
Era stretto, dentro la capsula. Ho avuto paura. Ero solo e a malapena ci stavo, in quella bara al contrario. Ma quel viaggio era l'inizio della fine. E quella fine era l'inizio della mia vita. La vita che mi ero meritato, che mi stavano restituendo ogni metro che inghiottivo. Adesso fremevo. Arrivo! gridai.
Un'esplosione nel petto, appena la fenice mi sputò fuori. Mi bruciava tutto dentro, sfrigolava come la salsiccia sul fuoco. Ci misi un po'prima di aprire gli occhi. Li avevo chiusi per poter decidere quando uscire veramente. E poi fu festa. Festa: mia madre che mi lavò di dosso tutta quell'assurdità; festa: i miei compagni che piangevano; festa: il presidente, mille volti mai visti a congratularsi con me che ero uno sconosciuto; festa: i raggi della luna che illuminavano quella notte, ma che in realtà festeggiavano con me, perché quella era la notte più splendente tra le notti splendenti, più di quando era colorata dai fuochi artificiali, più della notte della città più luminosa della terra: quella era la notte della mia nascita.
(è solamente un'invenzione, NON è realmente un racconto del minatore. E'il mio modo per tirare un sospiro di sollievo assieme a loro.)
martedì 12 ottobre 2010
A-more
Ci riesco; ad essere tranquillo ci riesco. Non è difficile (o forse lo è ma tu non lo rendi tale) accettare che tu sia lontana. Possiamo rifugiarci nelle nostre reciproche teste, nei nostri pensieri distanti: ci riesco, e mi sta bene.
Poi, però, mi manchi. Da stare male, da sudare amore, da sgranare gli occhi di terrore.
Ti stringerei, forte: perchè il tuo morbido odore mi entri nel cervello, perchè diventi come quei deodoranti per il cesso; sono un fottuto cesso schifoso e riesco a malapena a tenermi pulito. Manca il tuo tocco di freschezza, manca quello stimolo ad entrare dentro di me senza pensare di sentire un tanfo di insicurezze.
Ti stringerei, forte: perchè siamo in mezzo a una foresta gelida, e possiamo scaldarci soltanto così: costruendoci un ricordo, abbracciandoci di tutti gli abbracci che non possiamo davanti a tutti gli altri volti -non per timore ma per magnetismo. Perchè dobbiamo costruirci la nostra riserva di grasso per la vita; perchè dobbiamo ingrassarci di tutte le carezze che non avremo da nessuno.
Ti stringerei, forte: in cima ad una montagna di parole: tutte quelle che ci siamo detti, tutte quelle che ci siamo scritti, tutte quelle che ci siamo immaginati.
Ti stringerei fino quasi a farti soffocare, per poterti salvare e dirti che non lo farò mai più, che potrai fidarti di me per sempre; e se per sempre non esiste lo costruirò di pinzette e di calzini, di galatine e di pacchetti, di grucce e cicles: di tutte le banalità come queste che sto scrivendo, per andarci insieme ad abitare o anche soltanto a visitarlo per decidere che non ci piace poi così tanto.
Poi, però, mi manchi. Da stare male, da sudare amore, da sgranare gli occhi di terrore.
Ti stringerei, forte: perchè il tuo morbido odore mi entri nel cervello, perchè diventi come quei deodoranti per il cesso; sono un fottuto cesso schifoso e riesco a malapena a tenermi pulito. Manca il tuo tocco di freschezza, manca quello stimolo ad entrare dentro di me senza pensare di sentire un tanfo di insicurezze.
Ti stringerei, forte: perchè siamo in mezzo a una foresta gelida, e possiamo scaldarci soltanto così: costruendoci un ricordo, abbracciandoci di tutti gli abbracci che non possiamo davanti a tutti gli altri volti -non per timore ma per magnetismo. Perchè dobbiamo costruirci la nostra riserva di grasso per la vita; perchè dobbiamo ingrassarci di tutte le carezze che non avremo da nessuno.
Ti stringerei, forte: in cima ad una montagna di parole: tutte quelle che ci siamo detti, tutte quelle che ci siamo scritti, tutte quelle che ci siamo immaginati.
Ti stringerei fino quasi a farti soffocare, per poterti salvare e dirti che non lo farò mai più, che potrai fidarti di me per sempre; e se per sempre non esiste lo costruirò di pinzette e di calzini, di galatine e di pacchetti, di grucce e cicles: di tutte le banalità come queste che sto scrivendo, per andarci insieme ad abitare o anche soltanto a visitarlo per decidere che non ci piace poi così tanto.
domenica 10 ottobre 2010
martedì 5 ottobre 2010
u_u_n_a_t_n_o
torno dal concerto di dente e mi fischiano le orecchie. si vede che non gli sono piaciuto. oh, ragazze, calma. ti faccio battute simpatiche ma niente di più, incarcerate dalle parole, io che gesticolo anche quando penso.
l'autunno intanto ci sta ingannando tutti, sono sicuro; e infiammerà tutto il bosco e inonderà le strade ma non lo spegnerà. il cielo si abbiglia di nuvole, il sole comincia ad essere stanco e quando parla è difficile capirlo; se gli chiedessi come sta mi risponderebbe, come faceva mio nonno, 'come i vecchi'. e chi lo sa come stanno i vecchi?
io comunque continuo a non mettere le maiuscole ai miei rapporti. penso che mi piacerebbe andare a vivere in sicilia. penso che mi piacerebbe venire a vivere in sicilia. il che è diverso, se ci rifletti un attimo. ipotesi slavata la prima, fantasia presa per mano dai tuoi occhi la seconda. verrei e dopo un secondo scoprirei che non avrei dovuto, che le cose sono sempre migliori come le immaginiamo, che la realtà è meglio dei sogni solo nei sogni.
l'autunno intanto ci sta ingannando tutti, sono sicuro; e infiammerà tutto il bosco e inonderà le strade ma non lo spegnerà. il cielo si abbiglia di nuvole, il sole comincia ad essere stanco e quando parla è difficile capirlo; se gli chiedessi come sta mi risponderebbe, come faceva mio nonno, 'come i vecchi'. e chi lo sa come stanno i vecchi?
io comunque continuo a non mettere le maiuscole ai miei rapporti. penso che mi piacerebbe andare a vivere in sicilia. penso che mi piacerebbe venire a vivere in sicilia. il che è diverso, se ci rifletti un attimo. ipotesi slavata la prima, fantasia presa per mano dai tuoi occhi la seconda. verrei e dopo un secondo scoprirei che non avrei dovuto, che le cose sono sempre migliori come le immaginiamo, che la realtà è meglio dei sogni solo nei sogni.
domenica 26 settembre 2010
sunday we'll be together
La domenica è l'unico giorno nostro e lo passiamo a lasciarci intrappolare da quella che crediamo essere la nostra libertà.
domenica 19 settembre 2010
Termococcole/cyberspazio
Ti accarezzo con la manina del mouse, tu che ti nascondi nelle tasche dei pantaloni e vai a finire in lavatrice e quando ti ritrovo sei tutta accartocciata; e quando ti rincontro mi ero scordato di dove ti avessi lasciato. hansel e gretel a spasso per le strade non sono mai ritornati indietro e chissà chi si è mangiato la mollica che avevano lasciato, che erano poi i loro ricordi.
mercoledì 15 settembre 2010
Insofferenze
Inizio un elenco di atteggiamenti, momenti, indumenti e altro che mi provocano un costante e inspiegabile fastidio. Lo andrò ampliando nei secoli dei secoli, amen.
- I cellulari coi tasti che suonano
- I mocassini in scamosciato
- I golfini da inglesuccio del cazzo indossati da non inglesucci -ma comunque del cazzo
- Chi mi chiama per cognome
- Le persone che si devono sempre e comunque vestire bene
- Le ragazze obese con vestiti attillati stile "non ho paura di mostrare il mio corpo": ho paura io
- Valeria Marini
- Le frasi e il tono usate quando si parla ai bambini piccoli
- Piegare il sacco a pelo
- Le frasi scritte sulla plastica dagli amici dello sposo
- I suv
- I cereali nel latte caldo
- Gli opinionisti
- Coloro che si occupano di "public relations"
- L'asse gelato del cesso
- La banana che rimane al fondo dell'esofago
- Fabrizio Corona
lunedì 6 settembre 2010
Silenzio
Silenzio
mi sussurri piano
ti srotoli indisturbato;
Bruciami
ti allontani lesto
appena ti ho incontrato
mi sussurri piano
ti srotoli indisturbato;
Bruciami
ti allontani lesto
appena ti ho incontrato
mercoledì 1 settembre 2010
Sinonimi di noi stessi
Affoghiamo nelle sere estive
a chilometri di distanza
il sonno s'impossessa della notte
servi della nostra testa;
sinonimi di noi stessi
da usare ogni tanto
per non cadere nella ripetente abitudine.
a chilometri di distanza
il sonno s'impossessa della notte
servi della nostra testa;
sinonimi di noi stessi
da usare ogni tanto
per non cadere nella ripetente abitudine.
lunedì 26 luglio 2010
mercoledì 21 luglio 2010
Quello che vi auguro
Gli occhi di un uomo. un uomo cinese, ma la sua origine non importa. è un uomo: come me, come te, come noi. e sta annegando, nei suoi occhi si vede il terrore. una mano non sua, pesante, protesa verso il cielo, grigio come il mare nel quale sta affondando. grigio di petrolio, grigio di soldi, grigio di interessi; di uomini, come lui, senza scrupoli, senza limiti. uomini coglioni. e forse in fondo al suo cuore c'è anche della rabbia, e sarebbe giusto. rabbia per tutti questi grandissimi stronzi, che stanno distruggendo il nostro -e il loro- pianeta. e quell'uomo, dagli occhi imploranti, dal fiato corto, non è soltanto UN uomo: quell'uomo non è soltanto COME me, COME te, COME noi: quell'uomo SIAMO noi; e stiamo affogando nelle nostre (vostre, sporchi bastardi senza scrupoli) ipocrisie, nel vostro denaro, nelle vostre abitudini, nella vostra santa merda. e nessuno ci verrà in aiuto, come invece a quell'uomo con il corpo sommerso. nessuno ci salverà, e affogheremo. glu, glu, glu. nemmeno un orecchio udirà le vostre suppliche -perchè noi non supplicheremo- e morirete nell'odio. questo, è quello che vi auguro.
venerdì 9 luglio 2010
Oggi giornata di sciopero dell'informazione, tutti zitti, tutti muti per protestare con la legge che li vuole...tutti zitti, tutti muti. il controsenso mi sembra abbastanza evidente, e Marco Travaglio (che mi sta, fondamentalmente, abbastanza antipatico -w la libertà d'opinione) lo esprime molto bene con una frase che sottoscrivo per ricordare questo 9 luglio 2010:
"non ha alcun senso protestare contro il bavaglio imbavagliandoci per un intero giorno, facilitando il compito agli imbavagliatori che – oltre al danno, la beffa – usciranno con i loro giornali-trombetta."
"non ha alcun senso protestare contro il bavaglio imbavagliandoci per un intero giorno, facilitando il compito agli imbavagliatori che – oltre al danno, la beffa – usciranno con i loro giornali-trombetta."
domenica 4 luglio 2010
Angus & Julia Stone - Just A Boy
I don't know why, I always found you around my thoughts...you're the powder I won't clean from my floor
giovedì 1 luglio 2010
martedì 29 giugno 2010
Tempo
Come le ore più belle
bruciano nel soffio di sguardi e parole,
mi chiedo se anche l'eternità
finirebbe in un battito d'ali
Se la passassi con te.
bruciano nel soffio di sguardi e parole,
mi chiedo se anche l'eternità
finirebbe in un battito d'ali
Se la passassi con te.
sabato 26 giugno 2010
Des Armes / Léo Ferré
Des armes, des chouettes, des brillantes,
Des qu'il faut nettoyer souvent pour le plaisir
Et qu'il faut caresser comme pour le plaisir
L'autre, celui qui fait rêver les communiantes
Des armes bleues comme la terre,
Des qu'il faut se garder au chaud au fond de l'âme,
Dans les yeux, dans le coeur, dans les bras d'une femme,
Qu'on garde au fond de soi comme on garde un mystère
Des armes au secret des jours,
Sous l'herbe, dans le ciel, et puis dans l'écriture,
Des qui vous font rêver très tard dans les lectures,
Et qui mettent la poésie dans les discours.
Des armes, des armes, des armes,
Et des poètes de service à la gâchette
Pour mettre le feu aux dernières cigarettes
Au bout d'un vers français brillant comme une larme.
Des qu'il faut nettoyer souvent pour le plaisir
Et qu'il faut caresser comme pour le plaisir
L'autre, celui qui fait rêver les communiantes
Des armes bleues comme la terre,
Des qu'il faut se garder au chaud au fond de l'âme,
Dans les yeux, dans le coeur, dans les bras d'une femme,
Qu'on garde au fond de soi comme on garde un mystère
Des armes au secret des jours,
Sous l'herbe, dans le ciel, et puis dans l'écriture,
Des qui vous font rêver très tard dans les lectures,
Et qui mettent la poésie dans les discours.
Des armes, des armes, des armes,
Et des poètes de service à la gâchette
Pour mettre le feu aux dernières cigarettes
Au bout d'un vers français brillant comme une larme.
venerdì 25 giugno 2010
HIC et NUNC
Ma si può essere così sciocchi da non saper spremere ogni istante?eppure è l'unica cosa che devo fare, che posso fare: l'unica cosa che mi resta! invece no, a me piace ripensarci dopo, rimpiangere, fare la storia con i se...chissà perchè nel passato si vedono molte più potenzialità mancate che invece quelle da sviluppare QUI E ORA.
L'uomo guarda la luna
fissa e osserva
L'uomo guarda lassù
e nemmeno ci prova
ad afferrarla con le braccia
a parlare con lei
Intimi amanti discreti
sconosciuti di una notte
rimpianta per sempre
L'uomo guarda la luna
fissa e osserva
L'uomo guarda lassù
e nemmeno ci prova
ad afferrarla con le braccia
a parlare con lei
Intimi amanti discreti
sconosciuti di una notte
rimpianta per sempre
martedì 22 giugno 2010
Siamo nel 2010.sono passati 65 anni da quel 28 aprile.65 anni. sono tanti, quasi una vita intera. eppure ancora c'è gente che fa discorsi atti a difendere l'operato del Duce: "beh, senza di lui adesso l'Italia non sarebbe quello che è...ci sarebbero ancora i carretti per strada...ha fatto tante cose buone, però anche un unico errore che tutti conosciamo..." e via dicendo. siamo nel 2010 e ormai i metodi che permettono di comunicare -e quindi anche di dibattere- non sono gli stessi di qualche anno fa: niente più riunioni, conferenze o manifestazioni. ormai quasi non usciamo di casa, ci rintaniamo dietro uno schermo e dentro un mondo infinito e allo stesso tempo inesistente; ed in questo modo tutti possono esprimersi, scrivere quello che pensano(molto spesso senza avere la brillante idea -ma forse neppure la capacità- di trasformarlo in linguaggio comprensibile), insultarsi a vicenda e odiare persone che nemmeno conoscono. e allo stesso modo amano un uomo che ha distrutto quegli stessi valori, quelle stesse libertà che adesso permettono loro di girovagare nella rete, di sorridere per una notifica della tipa o del tipo che gli piace, di nascondersi ancora meglio dietro ai personaggi che si creano attorno. invece purtroppo gli anni che sono passati sembrano non aver insegnato nulla. e mi includo tra gli ignoranti. non voglio affrontare un discorso politico, perchè onestamente non penso di esserne in grado e nemmeno di avere le conoscenze adeguate (scuola incapace di stimolare le giovani menti?apatia giovanile?non lo so), eppure leggere i commenti di tante persone che dipingono Mussolini come un "nonno buono", accusando coloro i quali -anche con toni non sempre pacati, a torto- gli fanno notare che, forse forse, Nonno Benito non era poi quel gran mattacchione, di essere solo dei "Comunisti di merda", perdermi in centinaia di commenti in un ping-pong di frasi completamente vuote...tutto questo lo trovo agghiacciante; perchè non ha senso chiudere gli occhi, ignorare alcune parti e prendere solo quelle che piacciono di più di un periodo storico, sarebbe come amare una persona imponendogli di non mostrare i suoi lati negativi, ignorarla, sentirla solo quando si ha voglia di sesso: comandarla. E che amore sarebbe? Un amore malato, figlio dei nostri tempi, dei nostri politici che esaltano il "sapersi arrangiare" invece di tutelare il "diritto di ognuno di farcela", della logica dell'apparire e dell'essere Qualcuno. E' un amore ipocrita, valvola di sfogo per gente che non vede, più in la del potere di un uomo, un popolo in ginocchio, ancora una volta tradito dal suo affidarsi a una figura forte e prepotente, che ancora adesso rischia di accecarci se continuiamo ad affidarci alle citazioni, invece di formarci una NOSTRA idea.
venerdì 11 giugno 2010
lunedì 7 giugno 2010
Mi accorgo che ci sono giorni in cui proprio non ho niente da dire. o meglio, quello che ho da dire non riesco a dirlo. esercizio: provo a dirlo senza volerlo dire in un modo preciso. spesso -ed è bello- mi trovo a sbattermi per qualcosa, per qualcuno, con qualcuno, e non penso minimamente a tutto ciò che potrebbe essere/dovrebbe essere - e chissà. il mio occhio fa un occhiolino senza che nessuno glie l'abbia chiesto e non ho nessun piano in fondo.
sabato 5 giugno 2010
Richieste
Quando entri nella mia testa togliti le scarpe, chè ho appena pulito per terra. quando entri nella mia testa togliti le scarpe, e fai quello che ti pare. quanto entri nella mia testa togliti le scarpe, troverai che c'è una stanza ed un letto per te. quando entri nella mia testa, non c'è bisogno di bussare: è aperto, togliti le scarpe. quando entri nella mia testa metti in disordine, altrimenti come faccio a sapere che ci sei? schivali, i miei pensieri che non ti piacciono, prendili a calci, non fanno male fin quando restano lì. rimani pure a galleggiare quanto vuoi, nessuno ti disturberà.
ma in fondo lo so, che tanto anche tu non sei che un pensiero, senza scarpe. nonostante i brividi, nonostante la pioggia, nonostante le nuvole, nonostante i nonostante. quando entri nella mia testa non farmi innamorare di te.
ma in fondo lo so, che tanto anche tu non sei che un pensiero, senza scarpe. nonostante i brividi, nonostante la pioggia, nonostante le nuvole, nonostante i nonostante. quando entri nella mia testa non farmi innamorare di te.
martedì 1 giugno 2010
Ai poeti.
Chimica. Siamo chimica. Niente di più, niente di meno: niente. uno non ci pensa, e magari nemmeno vuole saperlo, ma è provato che le emozioni, le paure, i sentimenti sono pure e semplici reazioni tra minuscole particelle. inutile che cerchiate di imprigionarle nel mistero, rinchiuderle nel "chissà", così snervante ma allo stesso tempo dannatamente affascinante. Inutile. Siete ansiosi? pippatevi un po'di neurotrasmettitore adatto a rilassarvi, e siete a posto; siete tristi? be'cacchio, colpa della serotonina, mica di altro. Stop.
Allora mi chiedo, uomo, cos'hai raggiunto adesso, scoprendo che non sei che questione di chimica? Così convinto della tua superiorità tra gli esseri viventi, incosciente del tuo nulla in mezzo all'infinito; cos'hai raggiunto adesso, che le emozioni non sono che processi ben definiti? Famelico di conoscenza, ingordo e mai sazio. Perchè forse alcune cose era più bello non scoprirle, continuare a cercare di definirle, abbozzarle e poi rimanere stupiti nel non riuscirci quasi per niente; ma invece no. e come sempre è troppo tardi, o comunque già abbastanza (per non cadere nello stroppio). Arrendetevi, poeti: ormai ogni sensibilità potrà essere smascherata, derisa. Ormai -abbastanza tardi- la vostra non sarà più arte, ma perdita di tempo, caduca quanto la società che vi condannerà. Arrendetevi, o prendetene atto: siete destinati a sparire. risucchiati. evaporati. Ma per semplice vostro benessere, per timida vostra presunzione, continuate ad avere gli occhi chiusi: è l'unico modo per vedere, in questo mondo di scienziati slavati.
Allora mi chiedo, uomo, cos'hai raggiunto adesso, scoprendo che non sei che questione di chimica? Così convinto della tua superiorità tra gli esseri viventi, incosciente del tuo nulla in mezzo all'infinito; cos'hai raggiunto adesso, che le emozioni non sono che processi ben definiti? Famelico di conoscenza, ingordo e mai sazio. Perchè forse alcune cose era più bello non scoprirle, continuare a cercare di definirle, abbozzarle e poi rimanere stupiti nel non riuscirci quasi per niente; ma invece no. e come sempre è troppo tardi, o comunque già abbastanza (per non cadere nello stroppio). Arrendetevi, poeti: ormai ogni sensibilità potrà essere smascherata, derisa. Ormai -abbastanza tardi- la vostra non sarà più arte, ma perdita di tempo, caduca quanto la società che vi condannerà. Arrendetevi, o prendetene atto: siete destinati a sparire. risucchiati. evaporati. Ma per semplice vostro benessere, per timida vostra presunzione, continuate ad avere gli occhi chiusi: è l'unico modo per vedere, in questo mondo di scienziati slavati.
martedì 18 maggio 2010
Black Holes
Devo imparare a vivere con me stesso. Anche perchè è a lui che pago l'affitto, ogni volta che faccio qualcosa poi viene a chiedermi conto e ragione. Controlla che non gli devasti la casa, magari vuole poi rivenderla. Chissà. Vuoi comprarla tu? Il foglio tiene solo più per la sua forza di volontà, io vado avanti un po'per inerzia e confondo tutto ciò con la felicità. Invece la felicità non può durare. Ma nemmeno più di un attimo. Si trasforma subito in qualcos'altro. Come le particelle dell'acceleratore del CERN: si scontrano nel vuoto, quasi, potrebbe essere un miracolo, e sono più piccole di quanto loro stesse possano immaginare; si scontrano e creano minuscoli buchi neri, che si sciolgono un millisecondo dopo che nascono. La felicità è lo stesso: se non si sciogliesse subito in altro, che sia serenità, rabbia, malinconia -anche, inghiottirebbe tutto il resto e rimarrebbe...rassegnazione. Rassegnazione e -falsa- realizzazione.
lunedì 10 maggio 2010
Tramonto..o alba?
Era il tramonto, e anche quel giorno non si poteva guardare il sole. C'erano nuvole da giorni, giorni e giorni. Nuvole cupe, minacciose: non semplici batuffoli lanosi, leggiadri. Nuvole dal sapore di metallo: dal sapore appiccicoso della sabbia. Non si vedeva il tramonto, ma esso esisteva comunque, da qualche parte, solo non lì.
Il ragazzo sollevò lo sguardo, socchiuse gli occhi come se stesse cercando qualcosa nel cielo e poi li abbassò. Dritti sui piedi, che dovettero subire il colpo, muti. Ancora sollevò lo sguardo, questa volta fiero e sicuro. Si sporse, per osservare la gente che, cento metri sotto di lui, si spingeva, si accalcava nelle vie e davanti ai negozi. Ancora non andava bene, mancava lo spazio necessario e poteva essere visto. Continuò il suo cammino sul parapetto.
Sotto di me cento metri, ma non avevo paura. Finalmente sarei stato libero, padrone del mio destino. Ero eccitato. Per la prima volta da quando ero nato avrei potuto sentire il vento che mi sfrecciava vicino e io stesso sfrecciargli dentro, leggero. Occhi dritti davanti a me.
Il ragazzo si spinse nel vuoto, con un gesto del braccio, secco verso il cielo, lontano.
Il pettirosso, per un attimo disorientato, cominciò il suo primo volo e ringraziò con tante evoluzioni nell'aria.
Le nubi non sembravano più così metalliche.
Il ragazzo sollevò lo sguardo, socchiuse gli occhi come se stesse cercando qualcosa nel cielo e poi li abbassò. Dritti sui piedi, che dovettero subire il colpo, muti. Ancora sollevò lo sguardo, questa volta fiero e sicuro. Si sporse, per osservare la gente che, cento metri sotto di lui, si spingeva, si accalcava nelle vie e davanti ai negozi. Ancora non andava bene, mancava lo spazio necessario e poteva essere visto. Continuò il suo cammino sul parapetto.
Sotto di me cento metri, ma non avevo paura. Finalmente sarei stato libero, padrone del mio destino. Ero eccitato. Per la prima volta da quando ero nato avrei potuto sentire il vento che mi sfrecciava vicino e io stesso sfrecciargli dentro, leggero. Occhi dritti davanti a me.
Il ragazzo si spinse nel vuoto, con un gesto del braccio, secco verso il cielo, lontano.
Il pettirosso, per un attimo disorientato, cominciò il suo primo volo e ringraziò con tante evoluzioni nell'aria.
Le nubi non sembravano più così metalliche.
martedì 27 aprile 2010
If...
I biglietti di sola andata verso la nostra vita ormai non ce li rimborsano più. le stelle si sono fulminate perchè le accendevi a intermittenza, senza nemmeno guardarle. mondi evaporati in un turbinìo di nebbia primaverile. quasi quasi me ne vado. quasi quasi vengo laggiù da te. e poi? costruisci su di una pagina e ci pensa poi il Domani a buttare giù tutto. non ha nemmeno senso condonare. ti senti parte di qualcosa, è qui che lo capisci. e quando lo capisci ti spaventa. quanto è brutto essere egoisticamente insieme. quanto è brutto essere un'ipotesi.
domenica 25 aprile 2010
A una bifolca
Scorci di abitudine
stracciati dalla sorpresa
dell'inatteso
dal fulmine dell'imprevedibile:
siamo autunno sulle foglie.
stracciati dalla sorpresa
dell'inatteso
dal fulmine dell'imprevedibile:
siamo autunno sulle foglie.
lunedì 19 aprile 2010
Ah, la primavera..
dannata primavera. con i tuoi pollini, i tuoi temporali che arrivano sempre un secondo prima di uscire per andare a fare qualcosa di importantissimo, le tue nuvole o i tuoi cieli azzurri e basta. dannata primavera col primo caldo, le prime esibizioni ardite di polpacci bianchicci che sicuramente preferivano starsene ancora un po'sotto i jeans, le prime pezze alle ascelle, i primi "oh ma che caldo". insomma, sei appena cominciata e già rompi le palle. perchè poi, metà aprile, è il classico periodo dell'anno che fuori si sta meglio che in casa, che invece è fredda e funerea e anche un po'menefreghista. però no! tu stai a casa, non sei ancora abituato a uscire, devi dimagrire, prima di mostrare il corpo; devi abbronzarti, devi, devi devi. e inizia il periodo della concitazione, dei mille impegni, delle cose da sbrigare che chissà perchè c'hai avuto sei mesi per farle e invece no. un po'è anche la stagione dei controsensi, esci la mattina con la sciarpa fino a sopra il naso e arrivi a pranzo con mille giacchemagliesciarpecose in braccio. però poi quando guardi fuori e vedi tutto il secco che sta tornando a tonalità definibili quasi-verdi, senti quella brezza che ti spettina, starnutisci e tieni gli occhi un po'socchiusi per la troppa luce...beh, ammettiamolo, un po'la primavera mi piace. ah, dimenticavo, le coppiette che riscoprono la passione animale e la ostentano in mezzo al marciapiede e in qualsivoglia luogo che tu, povero e sfigato single di merda, sicuramente ti troverai a attraversare notando con disgusto le capacità di slinguata a distanza, contorsionismo e disinibizione degli amanti. e, a quel punto, sei fiero del tuo celibato.
mercoledì 14 aprile 2010
Benvenuto
ciao. inauguro questo blog con un pensiero...bello.
Ed è tutta lì, l'inafferrabile bellezza del mondo. Fuori dal finestrino di un pulman: oltre, i riflessi di facce assonnate; oltre, linee di strada e alberi: nel cielo. Azzurro di autunno, carico di controsensi. E'nel tramonto spento, nelle montagne tanto vicine da essere piccolissime. E'intorno a noi, ferma immobile, e noi non la scorgiamo. E'tra i capelli delle ragazze, nei loro occhi preoccupati e nei loro sorrisi. E'in una bolla di sapone. E'nel vivere tra la musica. E'in tre note di una chitarra, ammorbidite dal calore. E'tra le foglie e soffia insieme al vento. E'nelle lacrime. Inafferrabile. Non solo non afferrabile, ma anche non comprensibile. Ti sembra di averla intrappolata, memorizzata, afferrata. Invece no. Lei se ne va'-o meglio, tu te ne vai- e rimani con un sorriso pieno di niente. Estasiato e stupito, di fronte al trucco della consuetudine.
Ed è tutta lì, l'inafferrabile bellezza del mondo. Fuori dal finestrino di un pulman: oltre, i riflessi di facce assonnate; oltre, linee di strada e alberi: nel cielo. Azzurro di autunno, carico di controsensi. E'nel tramonto spento, nelle montagne tanto vicine da essere piccolissime. E'intorno a noi, ferma immobile, e noi non la scorgiamo. E'tra i capelli delle ragazze, nei loro occhi preoccupati e nei loro sorrisi. E'in una bolla di sapone. E'nel vivere tra la musica. E'in tre note di una chitarra, ammorbidite dal calore. E'tra le foglie e soffia insieme al vento. E'nelle lacrime. Inafferrabile. Non solo non afferrabile, ma anche non comprensibile. Ti sembra di averla intrappolata, memorizzata, afferrata. Invece no. Lei se ne va'-o meglio, tu te ne vai- e rimani con un sorriso pieno di niente. Estasiato e stupito, di fronte al trucco della consuetudine.
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