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mercoledì 20 aprile 2011
Guardandosi
Le luci della città si perdevano dietro i suoi occhi in scintillii indefiniti mentre barcollava tra i marciapiedi brulicanti di persone. Urtò più di una volta i passanti, e si girò a guardarli con occhi assenti: quelli ricambiavano con giudizi tra i denti. Ogni passo era un terremoto dentro. Camminò fino a quando le gambe non furono diventate che un ricordo, e per un istante si chiese se non le avesse lasciate da qualche parte. Era arrivato lontano, fuori dal labirinto di edifici, suoni e rumori; su una collinetta nell'estrema periferia, che per lui non era mai esistita prima. Guardò il cielo che ricambiò con un'infinità di stelle: sembrava ne spuntassero di nuove ogni istante che passava. Scese con lo sguardo, cercando l'orizzonte coi suoi occhi malati di luci che ancora non si erano del tutto abituati a quell'oscurità, e laggiù, tra il cielo e la terra, scorse una piccolissima luce traballante: ondeggiava, ardeva, quella sigaretta alla fine del mondo. Poi si sollevò un alito di vento dal sapore del passato, di un'esistenza che il ragazzo riconosceva essere stata sua, ma che si perdeva nella miopia del ricordo. Era un odore di quelli che senti tornando a casa, di pranzo già pronto in tavola: un odore che sei e che per questo non sai. La luna lo aiutò. La sua morbida luce aliena, da dietro una nuvola indulgente, spogliò il buio e gli rivelò il segreto di quella sensazione: laggiù, tra il cielo e la terra, non c'era l'orizzonte ma il mare. Fu inaspettato come incontrarsi in un paesino all'altro capo del mondo, e lo lasciò estasiato, senza parole; e anche le onde, ne sono certo, rimasero per un istante sospese -e sorprese. La barca di pescatori all'orizzonte invece pareva non essersi accorta di niente, ma si sa che la gente di mare è gente rispettosa. La vista adesso era tornata sicura, il suo sguardo pieno come i suoi polmoni di quell'aria inebriante. Sentiva lo scrosciare dell'acqua sugli scogli, e abbracciò di nuovo quel panorama con lo sguardo: non era forse da cartolina, non era perfetto in tutto e per tutto, ma era inzuppato di emozioni che gli appartenevano, alle quali apparteneva. Chiuse gli occhi, e aveva un sorriso incredulo tra il mento e il naso, proprio dove dev'essere un sorriso -perché spesso i sorrisi non sono dove dovrebbero. Pensò a lei e ne sentì l'odore mischiarsi con quell'aria salmastra; tanti piccoli dettagli del suo viso si unirono seguendone la traccia come segugi, e si rese conto di quanto spesso si dimenticasse della sua bellezza: troppo spesso la dava per scontata, non la trattava come si dovrebbe trattare una parte di sé. Provò pena per se stesso. Pensò a lei e lei era lì, era in lui. Da quel momento in avanti se ne sarebbe ricordato. Prese il cellulare e le scrisse: "sei il mio orizzonte."
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