giovedì 27 marzo 2014

Qualche ora rubata

Ancora una volta si era ritrovata col naso all'insù a guardare quel cielo spazzato dal vento primaverile. La piazza era silenziosa come solo la città sa essere: le ruote dei bus sul pavé, i motori delle macchine. Quello era il silenzio di Torino. In facoltà quel giorno c'era una strana frenesia, tutta istintiva. Forse era merito della giornata di sole, forse della gioventù che ogni tanto saltava fuori all'improvviso e si prendeva la giusta scena. Le piaceva quel fermento che i grandi -sì, lei si sentiva ancora piccola- parevano aver dimenticato con i loro sguardi torvi e pieni di fretta. Le piaceva soprattutto quel cielo sgombro d'ogni dubbio, e anche lei avrebbe voluto una folata di vento che le soffiasse nelle orecchie e dentro la testa, a liberarla da tutti quei pensieri ingombranti come nuvoloni, da quel futuro sfocato di pioggia. Sentiva tra i capelli l'aria fresca mischiata con qualche timido sguardo di ragazzi che la incrociavano.
Adesso era sdraiata su una panchina e il mondo girava sopra e sotto di lei. Un orologio grandissimo. Quel cielo poi era così azzurro, ma così azzurro da entrarle fin dentro la pancia e farla sentire leggera. Fece un respiro profondo. Si accoccolò tra i battiti del suo cuore e tutto sparì ad un tratto.
Si svegliò che aveva freddo. La borsa? Era lì. Dentro? Pareva esserci tutto, menomale. Il cielo si era scurito e le luci iniziavano ad accendersi. Si mise la giacca e si avviò alla bicicletta attaccata a un palo non troppo distante. Doveva pensare alla cena di quella sera: sarebbe venuta Giulia e avrebbero parlato tanto, come non facevano da un po'. Chissà che anche lei non fosse estasiata dalla primavera arrivata all'improvviso, e soprattutto chissà se sarebbe stata la stessa Giulia di cinque anni prima. In fondo però anche lei non era convinta di essere sempre la stessa.
La città si sveglia anche al tramonto, per certi versi, pensava pedalando lungo il Po.
Fu arrivata a casa, cercando le chiavi nella borsa, che lo trovò; c'era un biglietto infilato nell'agenda. Un foglio di una qualche altra agenda, due riservatezze abbracciate. Sopra c'era scritto, a matita: "mi piacerebbe, con questo foglietto inaspettato, dipingere un sorriso sul tuo viso che ho scoperto per caso. Buona giornata, sconosciuta addormentata." E proprio sull'uscio, con le chiavi nella toppa e la borsa a penzoloni, quella giornata fu, in un istante, unica e bizzarra.