sabato 19 novembre 2011

Vento

Svelto il tramonto si allunga sul mondo, quasi si stiracchiasse come si fosse appena svegliato. I colori si dimenticano di fare cena, e stanno a guardare; il cielo è il banchetto sul quale festeggia il sole.
La finestra della stanza è aperta, delle leggere tende ammorbidiscono l'aria. Un'altrettanto sottile brezza le scosta, poi le fa tornare al loro posto, in un gioco che sa delle onde sulla battigia.
Seduta sulla sedia di fianco al letto la ragazza saluta con lo sguardo il signor Sole e il calore della giornata estiva. Nella testa inizia il valzer dei ricordi: i giochi con l'acqua, le corse a perdifiato lungo la strada che costeggia la casa, le mani che toccano cortecce e vestiti svolazzanti che affrescano il caldo secco del sud. Piano sorride, la ragazza. Ora un alito di vento si offre di accompagnarla per quel ballo nel territorio più misterioso e dolce che l'uomo può attraversare; ancora pomeriggi lenti, nei quali ella si muoveva con sicurezza tra stradine e signori anziani seduti davanti ai portoni, e poi profumi, profumi, profumi. Gli occhi si sono chiusi, per non lasciar scappare neanche un dettaglio, non un gatto che lesto attraversa la strada, neanche il più piccolo fiore al balcone di una casa. Tutto lì dentro: un mondo, una vita, infinità finita.
Poi, soddisfatte, le palpebre si arrendono al presente: il sole ormai non è più, i colori della sera si appendono al cielo. Si guarda una mano, la ragazza. Conta le rughe.
Perde presto il conto, però, incuriosita di quanto la vita abbia in un soffio scritto sul suo corpo. Una lacrima birichina precipita sulla sua guancia fino a mischiarsi a un inaspettato sorriso, o -forse- a farlo fiorire come gli acquazzoni di giugno. Il passato spesso si intrufola dentro un istante disattento, scombussola il presente, e la ragazza, la donna, la bambina, insieme a tutto ciò che le si nasconde dietro gli occhi, tra il cuore e lo stomaco, guarda il letto dove dorme da sola, scaldata dal ricordo dell'uomo che così tanto ha amato.

mercoledì 31 agosto 2011

Dove vai?

Le dita fremono ad un centimetro dalla corda. Pronte a inondare il silenzio lasciato da un fratel prodigo, suono mai più tornato. Gli occhi del Suonatore si chiudono, anzi guardano dentro per vedere dov'è quella nota, proprio quella che è in grado di scardinare tutte le finestre, entrare nelle case degli altri e regalare un sorriso stupito. Prende fiato il Suonatore e quasi senza accorgersene muove il pollice della mano destra il quale, un po'discolpandosi, un po'curioso, dà un colpo alla corda, che fino ad un istante prima era un serpente addormentato. Fuochi d'artificio. L'aria si comprime, salta, suda: l'aria è ad un concerto, le molecole di parlano ma non si sentono più e per un attimo il Suonatore trattiene il respiro, perché rischierebbe seriamente di ingoiare agglomerati strani di tutti quegli elementi che si toccano, si abbracciano, si mescolano a caso. Come una schiena che si inarca viaggia la nota sulle teste dell'aria. Senza fretta attraversa stanze, porte e finestre e scende per la strada facendo le scale. Chi la incontra cerca di scoprire da dove arriva, e non dove sta andando. Ma dico io, che modo è questo? Le persone per noi importanti che si incontrano per la strada stanno andando da qualche parte o arrivano da chissà dove? La nota smuove capelli, profumi e parrucchini, lasciando la propria scia a chi, come Hansel e Gretel, cerca le sue briciole per giungere all'origine. Ma l'origine è un attimo, un secondo: già non c'è più. Il brivido scorre, corre via di fianco ai cani, dribbla i passanti sul marciapiede che ormai neanche lo degnano di uno sguardo, sporco rumore di strada, porro nel minestrone della nonna. Il Mondo però è generoso, e allarga le braccia per accogliere quella forza pura che sembra sparita ma non ha che appena iniziato il suo viaggio.
Le mani del Suonatore stanno intanto accarezzando corde, impastando sentimenti, e quella prima nota sembra lontana: prima goccia di un forte temporale. Il Suonatore però sa, e la segue con l'orecchio la sua esploratrice, messaggera in posti lontani; si è confusa tra le urla, ha fatto a pugni con un registratore che avrebbe voluto ingoiarla in un sol boccone e, più piccola di un'idea, si va mescolando con la natura -sempre più- fino a riuscire ad entrare nel silenzio. Ci sono severi controlli, si sa, non puoi certo presentarti lì, robusto trombone o agile squittio, ché quelli non ci pensano due volte a mandarti indietro. La piccolissima nota, però, c'era riuscita: laggiù, alla fine del mare, ad entrare nel silenzio.
Ecco dove andava! Ecco che chi glie l'avesse domandato ora avrebbe avuto un motivo sicuro per fermarsi ad ascoltare; ma a quelli non interessava, ed al Suonatore non importava di loro. Quella nota l'aveva suonata per lei, la Suonatrice, ed ora l'avrebbe portata fuori dalle fabbriche di rumore, lontano, in un luogo vergine di strilli e confusione.
A guardarla negli occhi, in silenzio. Dirle che in quel nulla aveva suonato per lei.

martedì 5 luglio 2011

Saperdonare

Di chi sa perdonare, forse è caratteristico altresì il saper donare.

lunedì 20 giugno 2011

Vedi la felicità in chi ami e ti stordisce. vorresti vederla sempre, ma quando è lì di fronte al tuo specchio un po'meno sereno - perché è normale, perché lo è - lo prendi come un affronto, un'ingiustizia nei tuoi confronti. e invece di renderti conto di essere complice di quella felicità più splendida dei mille soli afghani fai di tutto per renderla meno accecante, invece di chiudere gli occhi ed entrare a farne parte per tutti i motivi del mondo.

martedì 7 giugno 2011

Ti sei fatta una figura retorica

Il mondo non è abbastanza per offrire metafore, immagini o profumi che ti abbozzino su una tavola bianca e ruvida e un po'sporca; ed insieme al mondo anche l'infinito sta a guardare, da una parte: in lui esistono ogni possibilità ed ogni paragone e non è parte di questo mondo -stupendo, ma finito. L'infinito non ti appartiene e tu non ne sei parte. O forse, a meglio osservare, son io a non farne parte: in lui troverei infatti ciò che cerco per descriverti o soltanto delinearti. Lì però, in quel gran miscuglio che è sicuramente l'infinito, non avresti nulla di speciale, e ben poco ci vorrebbe ad acchiappare una similitudine per il tuo sorriso, per i tuoi modi di fare, per il tuo odore. Per questo
vorrei trovare un "daqualcheparte" parallelo al nostro, dove poterti pescare sotto forma di qualcos'altro -un fiore che dorme, un fiume che scintilla anche con le nuvole... - per renderti la perfetta metafora della te che conosco qui e per la quale il mondo non ha creato niente di altrettanto bello.
E poter constatare che ti sei fatta, finalmente, una figura retorica.

venerdì 29 aprile 2011

sensazioni.

Ho sete. Ho sonno. Ho fame. Ho male qui. Ho male là. Ho freddo. Ho caldo. Ho tiepido. Ho gli occhi cisposi. Ho il fiato corto. Ho il cuore a mille. Ho un groppo in gola. Ho le lacrime agli occhi. Ho un sapore brutto in bocca. Ho un gusto buonissimo tra le labbra.
Ho te.

a Letizia.

giovedì 21 aprile 2011

Guardandosi (alternativersion)

Le luci della città si perdevano dietro i suoi occhi in scintillii indefiniti mentre barcollava tra i marciapiedi brulicanti di persone. Urtò più di una volta i passanti, e si girò a guardarli con occhi assenti: quelli ricambiavano con giudizi tra i denti. Ogni passo era un terremoto dentro. Camminò fino a quando le gambe non furono diventate che un ricordo, e per un istante si chiese se non le avesse lasciate da qualche parte. Era arrivato lontano, fuori dal labirinto di edifici, suoni e rumori; su una collinetta nell'estrema periferia, che per lui non era mai esistita prima. Guardò il cielo che ricambiò con un'infinità di stelle: sembrava ne spuntassero di nuove ogni istante che passava. Scese con lo sguardo, cercando l'orizzonte coi suoi occhi malati di luci che ancora non si erano del tutto abituati a quell'oscurità, e laggiù, tra il cielo e la terra, scorse una piccolissima luce traballante: ondeggiava, ardeva, quella sigaretta alla fine del mondo. Poi si sollevò un alito di vento dal sapore del passato, di un'esistenza che il ragazzo riconosceva essere stata sua, ma che si perdeva nella miopia del ricordo. Era un odore di quelli che senti tornando a casa, di pranzo già pronto in tavola: un odore che sei e che per questo non sai. La luna lo aiutò. La sua morbida luce aliena, da dietro una nuvola indulgente, spogliò il buio e gli rivelò il segreto di quella sensazione: laggiù, tra il cielo e la terra, non c'era l'orizzonte ma il mare. Fu inaspettato come incontrarsi in un paesino all'altro capo del mondo, e lo lasciò estasiato, senza parole; e anche le onde, ne sono certo, rimasero per un istante sospese -e sorprese. La barca di pescatori all'orizzonte invece pareva non essersi accorta di niente, ma si sa che la gente di mare è gente rispettosa. La vista adesso era tornata sicura, il suo sguardo pieno come i suoi polmoni di quell'aria inebriante. Sentiva lo scrosciare dell'acqua sugli scogli, e abbracciò di nuovo quel panorama con lo sguardo: non era forse da cartolina, non era perfetto in tutto e per tutto, ma era inzuppato di emozioni che gli appartenevano, alle quali apparteneva. Chiuse gli occhi, e aveva un sorriso incredulo tra il mento e il naso, proprio dove dev'essere un sorriso -perché spesso i sorrisi non sono dove dovrebbero. Pensò a lei e ne sentì l'odore mischiarsi con quell'aria salmastra; tanti piccoli dettagli del suo viso si unirono seguendone la traccia come segugi, e si rese conto di quanto spesso si dimenticasse della sua bellezza: troppo spesso la dava per scontata, non la trattava come si dovrebbe trattare una parte di sé. Provò pena per se stesso. Pensò a lei e lei era lì, era in lui. Da quel momento in avanti se ne sarebbe ricordato. Prese il cellulare e le scrisse: "ti lovvo da morire".

mercoledì 20 aprile 2011

Guardandosi

Le luci della città si perdevano dietro i suoi occhi in scintillii indefiniti mentre barcollava tra i marciapiedi brulicanti di persone. Urtò più di una volta i passanti, e si girò a guardarli con occhi assenti: quelli ricambiavano con giudizi tra i denti. Ogni passo era un terremoto dentro. Camminò fino a quando le gambe non furono diventate che un ricordo, e per un istante si chiese se non le avesse lasciate da qualche parte. Era arrivato lontano, fuori dal labirinto di edifici, suoni e rumori; su una collinetta nell'estrema periferia, che per lui non era mai esistita prima. Guardò il cielo che ricambiò con un'infinità di stelle: sembrava ne spuntassero di nuove ogni istante che passava. Scese con lo sguardo, cercando l'orizzonte coi suoi occhi malati di luci che ancora non si erano del tutto abituati a quell'oscurità, e laggiù, tra il cielo e la terra, scorse una piccolissima luce traballante: ondeggiava, ardeva, quella sigaretta alla fine del mondo. Poi si sollevò un alito di vento dal sapore del passato, di un'esistenza che il ragazzo riconosceva essere stata sua, ma che si perdeva nella miopia del ricordo. Era un odore di quelli che senti tornando a casa, di pranzo già pronto in tavola: un odore che sei e che per questo non sai. La luna lo aiutò. La sua morbida luce aliena, da dietro una nuvola indulgente, spogliò il buio e gli rivelò il segreto di quella sensazione: laggiù, tra il cielo e la terra, non c'era l'orizzonte ma il mare. Fu inaspettato come incontrarsi in un paesino all'altro capo del mondo, e lo lasciò estasiato, senza parole; e anche le onde, ne sono certo, rimasero per un istante sospese -e sorprese. La barca di pescatori all'orizzonte invece pareva non essersi accorta di niente, ma si sa che la gente di mare è gente rispettosa. La vista adesso era tornata sicura, il suo sguardo pieno come i suoi polmoni di quell'aria inebriante. Sentiva lo scrosciare dell'acqua sugli scogli, e abbracciò di nuovo quel panorama con lo sguardo: non era forse da cartolina, non era perfetto in tutto e per tutto, ma era inzuppato di emozioni che gli appartenevano, alle quali apparteneva. Chiuse gli occhi, e aveva un sorriso incredulo tra il mento e il naso, proprio dove dev'essere un sorriso -perché spesso i sorrisi non sono dove dovrebbero. Pensò a lei e ne sentì l'odore mischiarsi con quell'aria salmastra; tanti piccoli dettagli del suo viso si unirono seguendone la traccia come segugi, e si rese conto di quanto spesso si dimenticasse della sua bellezza: troppo spesso la dava per scontata, non la trattava come si dovrebbe trattare una parte di sé. Provò pena per se stesso. Pensò a lei e lei era lì, era in lui. Da quel momento in avanti se ne sarebbe ricordato. Prese il cellulare e le scrisse: "sei il mio orizzonte."

mercoledì 23 marzo 2011

Totalmente inaffidabile, del tutto perso dentro apparenze più o meno appaganti.

lunedì 14 marzo 2011

fugacità del racconto

Aveva una piccola cicatrice sopra il seno sinistro, una falce di luna. I suoi occhi chiari erano imperscrutabili e fissavano qualcosa, dall'altra parte della stanza. Faceva caldo, ma non ce n'eravamo accorti, perché nell'aria c'era quell'immobilità glaciale che esiste soltanto nei film o nei racconti. Poi abbassò lo sguardo. Io feci lo stesso, a fissarmi le scarpe sporche del fango della palude. Pensai che le avrei imbrattato tutta la casa, e per un attimo sorrisi: sappiamo preoccuparci delle cose più insignificanti quando di fronte abbiamo situazioni difficili. Io non la conoscevo che da qualche ora, e dunque non la conoscevo affatto. Finalmente mi decisi a parlare: "sì, sì..." le dissi, rispondendo alla sua domanda. Poi la guardai, fisso, come un morto dentro gli occhi ed oltre. Lei schiuse le labbra e ruttò.
E beh, ma ti sembra il modo questo? Siamo nel bel mezzo di una situazione piena di suspense della quale nessuno sa niente e tu rutti? Non mi sembra un comportamento consono! Le dissi proprio così. E lei mi rispose che aveva appena fatto pranzo, ma che comunque non era certo colpa sua, bensì dell'autore. Eppure l'autore sono io, e mai avrei voluto che la scena si risolvesse in questo modo! Allo stesso tempo, però, l'autore non ero io, altrimenti mi sarebbe bastato fare uscir dalla sua bocca un bisbiglio o un sussurro. Basta, è deciso, la colpa è mia. Tua? No!, tua!

giovedì 10 marzo 2011

Bruchi di piombo

Alcune persone ci fanno stare male e nemmeno se ne accorgono -anche se spesso siamo noi a pensarlo, per poterle giustificare. Solitamente sono quelle alle quali più teniamo (e che più temiamo), o alle quali ci siamo convinti di essere legati maggiormente. Sarà forse una pura e terribile paura di perdere quell'illusione, a spingerci verso la sindrome di Stoccolma? Perché, e questo mi sembra sacrosanto quanto difficile da ammettere, sotto certi aspetti esse sono quelle delle quali abbiamo più "timore". Ma non è un timore da Sacre Scritture, da Beatitudini o altre allegorie confortanti, è un timore che impregna i tessuti del rapporto di tentennamenti, di frasi lasciate a metà perché non si era guardata la loro data di scadenza: di solitudine. Quella solitudine che, insieme, ci accarezza la nuca gettandoci (e insieme illuminandocene) nella consapevolezza che si è due estranei, caduti sullo stesso pianeta, nello stesso tempo, tra la stessa aria. Un sentore di sfida, quasi; un invito allo sbucciarsi quando in realtà ci si vorrebbe mangiare con tutta la buccia.

giovedì 3 marzo 2011

la società

La società che ci circonda è come un enorme buco nero: risucchia, risucchia e disperde. Oppure catapulta lontano, là, dove si dubita e basta, senza sconti e mezze misure.
Eppure spesso cercare di rimanere a debita distanza, sull'orlo, rischia di diventare un patibolo.

mercoledì 23 febbraio 2011

Ph neutro

la vita mi appare spesso come una saponetta bagnata tra le mani: ce l'abbiamo, ce l'abbiamo, ce l'abbiamo, ma non riusciamo ad afferrarla: è sempre lì, sul punto di sfuggirci per terra.
Speriamo solo di non essere sotto la doccia coi calciatori.

mercoledì 16 febbraio 2011

stare

Ho tante di quelle cose da dirti che mi si incastrano tutte qui, in gola, e premono per usicre - io! per prima io! no! io! dai dai! - e soffoco. E sto zitto: finché non siete tutte in fila per due ed in silenzio non usciamo! Zitte, cristo! Silenzio, per un istante; e poi di nuovo vociare, più impertinente di prima. Stanno tutte lì e non te le so dire. Quand'anche ci provo non escono che frasi sconnesse, parole drammaticamente vuote: VUOTE. Perché le parole non si possono scrivere? Perché parlare non è come scrivere? Allora lì sì che ti sfinirei di metafore, immagini e stronzatevarie soltanto per non farti capire che in fondo non capisco. I nostri sguardi nemmeno si sono salutati dopo così tanto tempo. Le nostre mani si sono intrecciate e, con vita propria, non volevano staccarsi; e i nostri nasi. i nostri nasi lottano con l'inverno troppo indulgente, odorano, schiudono parole e si arricciano con l'umidità eppure... eppure ancora fluttuano, ignari, a chilometri di distanza; nessuno sul loro albero maestro si arrampica di vedetta, nessuno osserva l'orizzonte e nessuno che grida "naso!". Peschiamo nello stesso mare, respiriamo la stessa identica aria, eppure ancora non ci siamo incontrati. Tante cose avrei da dirti, da impiegare un libro intero, da parlare fino a quando la nostra Galassia non farà BUM! con Andromeda a fantastiliardi di metri al secondo, da parlare fino a quando non mi si scarichino le batterie, fino alla fine del giorno e all'inizio della notte; e poi di sera, nei silenzi che acquisterebbero il sapore dell'intesa, della complicità criminale nel commettere un furto alle vite degli altri, ma nel sapere di fare la beneficenza più pura insieme e nel salotto di una casa qualsiasi, sotto un ponte di una città addormentata di attività frenetiche: Stare.

martedì 15 febbraio 2011

Subaffitti

Perso nei limiti dell'immaginabile quando potresti sconvolgerti di fronte all'infinito della tua mente. Esci, chiudi a chiave la tua testa e non tornarci fino a quando non avrai incontrato chi vuole dividerla con te: una mente è troppo grossa per una sola persona.

giovedì 10 febbraio 2011

Scriviamo e...?

Scriviamo e non diciamo niente. Cosa rimarrà di questi tempi di frasi messe lì ad asciugare per essere guardate ed apprezzate dagli altri? Sempre più sudditi ignari di queste parole, parole, parole che tutte in fila educate e timide -o anche spavalde, perché no- costruiscono immagini allucinate, o allucinazioni immaginate. Niente di più. Niente di meno. Forse rimarrà soltanto questa inspiegabile incapacità di descriversi, di descriverci ed anche di scriverci. Una grande e disonesta illusione, un'Illuminazione al neon delle periferie, al gusto metallico del sangue che di scorrere proprio non ne vuol sapere. E restiamo freddi a cercare acrobazie con gli aggettivi, a far volteggiare in aria le metafore tra i trapezi dei circhi senza rete di protezione là sotto: e niente diciamo: niente. Eppure lo facciamo con astuzia, impastando di banalità quotidiane il preparato dei nostri scritti per ubriacare il lettore, il quale, incolpevole, li addenta e li degusta, frettoloso, apprezzandoli solamente perché egli non ha mai provato a cucinarne. E anche adesso ci sei cascato, lettore; e nel niente di queste parole sei caduto attirato da quell' ''indefinito'', da un odore acre di acrobazie, dal marciare delle lettere. E non hai letto niente, pur avendo letto tutto.

giovedì 3 febbraio 2011

Elettrostasi.

Due labbra che si sfiorano
ed è una scintilla:
lenta, eterna e fulminea
attraversa il silenzio contratto e lo scioglie di chissà.
Gela il tempo col suo calore
ed insieme lo accartoccia
pronta a riscrivere quella pagina
nell'inganno del ricordo.

lunedì 24 gennaio 2011

domenica 23 gennaio 2011

Piccola riflessione inconcludente

L'esistenza non esiste.
E mi spiego meglio invece di lasciare questo pensiero appeso ad asciugare al balcone di una casa con le serrande chiuse, in inverno, e con nessun fumo che esce dal camino. Tonnellate e tonnellate di studiosi, pensatori e filosofi sono stati catturati come tonni pinne gialle dalla rete di questo problema, e adesso io come una sardina scattante e sperduta nell'oceano dico che l'esistenza non esiste. A breve uno squalo mi mangerà, intera, ma uscirò intatto assieme alle sue feci. Parlando dei sentimenti: esistono? Se sì, dove sono? Perché mi danno del tu? No, no non importa. E', infatti, irrilevante se un sentimento esista o meno. Poiché infatti è il nostro crederla vera o falsa che determina la sua influenza sul nostro piccolo giardino di percezioni che chiamiamo mondo. Posso scrivere se la biro o la matita non esistessero? Ovvio che no, ma perché dovrei scrivere, se non ho modo di farlo? Va da se che un bisogno implica una ricerca della sua soddisfazione; che poi questa riesca o fallisca miseramente è totalmente un altro discorso -andatelo a fare con chi ha già capito tutto della vita. L'esistenza non esiste, dunque: l'esistenza (e soprattutto la ricerca di una sua definizione) è totalmente pretenziosa, saccente ed orgogliosa; siamo così liberi di esistere da voler sapere come mai. E così ci inciampiamo e sbattiamo di faccia contro lo spigolo della nostra ricerca (uno spigolo ideale, nel senso che è perfetto per lo scopo). Ma quindi sto forse dicendo che non siamo altro che bisogni? Beh, certo, qualche pezzo di merda si vede pure in giro... ma no, ma no... e allora cosa sono i bisogni? Dunque essi esistono o meno? E cosa sono le domande? E cosa le risposte? Ma ecco, sono arrivato al punto: essi esistono eppure non esistono. Esistono, come ogni cosa, perché abbiamo criteri precisi per riconoscerli (che siano validi non ci interessa); non esistono, altrettanto come ogni cosa, poiché la loro essenza non ci è rivelata: suggerita in un orecchio, forse, da altri ragionamenti altri uomini altri tempi altre società: suggerita ma non rivelata. E' in questo che sta il cortocircuito (ed in effetti è molto meglio partire tra i primi se si vuol vincere): in questo copiare dal vicino di banco senza essere totalmente sicuri dell'esattezza della risposta. E senza conoscere nemmeno il perché si stia facendo quel compito in classe.
L'esistenza non esiste perché altrimenti ci suggerirebbe le risposte.

mercoledì 19 gennaio 2011

10 gennaio

Me ne stavo seduto sulla spiaggia grigia, fiera dell'inverno
Il culo a mollo nella sabbia: bagnato fresco da quell'esercito;
Pescavo con lo sguardo di là dall'orizzonte,
ma mi ritraevo per timor della risacca
La mia esca si perdeva tra le spume
in fondo, dietro, alle colonne d'Ercole
del mio conoscere.
Pigro un pallido sole influenzato,
ancora una volta tornava a controllare
che nessuno fuggisse dal mondo,
come faro di un campo di prigionia
Poi le nuvole, superbe, lo stordivano con sbuffi negli occhi
Ancora inesorabile come il battito del cuore amato,
il mare diseredato d'attenzioni, pulsa e gorgheggia
senza protestare.
Sicuro, più di me, di mai smettere
di amare.

maratona

Nella maratona beffarda della vita vorrei fermarmi a chiacchierare con tutti i momenti che, mio malgrado, corrono più piano di me. Li supero e soltanto mi è concesso di voltarmi indietro -col rischio, molto spiacevole, di scontrarmi con quelli che ancora mi precedono. Voltarmi, guardarli ancheggiare, chi più aggraziato, chi ad affannarsi in quella corsa della quale sembra non capire il motivo. A qualcuno riesco a strappare la maglietta, e la tengo con me - un pezzettino soltanto, s'intende- per compiacermi di quel sorpasso così ben eseguito, magari.
Nella maratona beffarda della vita, sono stato costruito per vincere una gara impossibile; destinato comunque a non potermi voltare per guardare in faccia la Signora Oscura. Avrei bisogno di qualcuno da tenere per mano, nella maratona della vita; qualcuno che insieme a me corra, che insieme si volti, che insieme si fermi al punto ristoro. Anche, però, che possa lasciarmi la mano -avida lei vorrebbe trattenerlo- e da solo andare, da solo voltarsi da solo tornare ad accompagnarci. Qualcuno per fare stretching, con cui fermarsi a mangiare dove si fermano i camionisti. Qualcuno con cui ridere, con qui piangere; con cui riangere, con cui pidere; una stretta leggera e ferma dovrebbe legarci, pronta a sciogliersi per passare ai due lati di un lampione: pronta a saldarsi quando dovessero cercare di distruggerla. Una stretta che sia l'ultima sensazione di questa beffarda maratona che è la vita.

martedì 11 gennaio 2011

Cammino

Il camminare diventa marciare;
casto, silenzioso per le straducole vergini di rumori
e scrigno di un'eco lontana.

Il cammiare diventa scivolare;
lentamente ma con determinazione omicida
scoprendo inattese voci ancora deste
filtrare tra i muri pettegoli
Il camminare diventa andare;
lasciare un'emozione per trovarne un'altra,
scolpita nella sabbia di una spiaggia ventosa
o attaccata ai rovi di una pianta velenosa.
Il camminare diviene, infine, perdere,
con i pensieri di una notte che mai più ti raggiungerà,
con tutte le sensazioni che in testa sgomitano,
la forza per un addio.


giovedì 6 gennaio 2011

gIRGENTI

I condoni edilizi. le macchine. le macchine. le macchine. le macchine. dilatazioni spazio temporali a pranzo e a cena. le idee non sono chiare perché quest'anno va di moda il nero. è da dieci anni che va di moda non andare di moda. allora io non posso che voler non andare di moda, sembrare irraggiungibile bellissimo eterno ma quello che mi riesce è soltanto una pagliacciata: mi prendo in giro da solo e mi rubo le merendine. Sicilia.
tu però -ogni volta ti vedo e non ti vedo- sei oltre. in là, dopo tutto. dopotutto dopo tutto, non dopo tutto; o meglio, sì, ma dopotutto, effettivamente. leggera e inaffidabile come una nuvola. spumosa -o no- come una nuvola dentro il mare sotto il mare sopra il mare. this is the end beautiful friend this is the end my only friend the end.