Ieri, dopo 70 giorni sottoterra, i 33 minatori cileni sono stati portati in salvo. Tra di loro c'era anche Jimmy Sànchez, 19 anni. Ho immaginato un suo racconto di questa avventura incredibile, finita inghiottita dalla miniera mediatica, così come i 33 lo sono stati dalla loro. Sperando che non diventino carne da macello per le televisioni di mezzo mondo.
Ci avevano detto che ci sarebbero voluti quattro mesi, per tirarci fuori di lì; ma per noi importava poco: il tempo misurato era un ricordo sbiadito, esisteva soltanto l'attesa. Spossante più della rassegnazione alla quale avremmo potuto cedere. Nemmeno immaginavamo cosa stesse succedendo lassù, sulle nostre teste. Una volta ero disteso per riposarmi da quel far niente e ho come sentito un sussurro nelle orecchie: era dolce, quasi profumato, e mi solleticava. Appena lo udii feci uno scatto -ero nervoso- e mi ridestai; poi, mentre il battito del mio cuore rallentava il suo ritmo di produzione, chiusi di nuovo gli occhi e ascoltai. Non ricordo esattamente le parole che mi cullavano, ricordo soltanto la consapevolezza che edificarono nel mio cuore: una certezza più massiccia del granito, più sicura della galleria nella quale ero intrappolato: quelle erano le preghiere della gente, la loro solidarietà sospirata nella sicurezza delle loro case: il segno indelebile che altri cuori battevano insieme al mio e producevano, come una fabbrica, 66 ali robuste che ci avrebbero strappati al pianto di morte. Le ali della fenice, le ali di Fenix.
Era stretto, dentro la capsula. Ho avuto paura. Ero solo e a malapena ci stavo, in quella bara al contrario. Ma quel viaggio era l'inizio della fine. E quella fine era l'inizio della mia vita. La vita che mi ero meritato, che mi stavano restituendo ogni metro che inghiottivo. Adesso fremevo. Arrivo! gridai.
Un'esplosione nel petto, appena la fenice mi sputò fuori. Mi bruciava tutto dentro, sfrigolava come la salsiccia sul fuoco. Ci misi un po'prima di aprire gli occhi. Li avevo chiusi per poter decidere quando uscire veramente. E poi fu festa. Festa: mia madre che mi lavò di dosso tutta quell'assurdità; festa: i miei compagni che piangevano; festa: il presidente, mille volti mai visti a congratularsi con me che ero uno sconosciuto; festa: i raggi della luna che illuminavano quella notte, ma che in realtà festeggiavano con me, perché quella era la notte più splendente tra le notti splendenti, più di quando era colorata dai fuochi artificiali, più della notte della città più luminosa della terra: quella era la notte della mia nascita.
(è solamente un'invenzione, NON è realmente un racconto del minatore. E'il mio modo per tirare un sospiro di sollievo assieme a loro.)
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